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Giugno
2017

L'impegno per la ricerca fondamentale, al servizio della società

Sara Ravasio, ricercatrice-dottoranda all'IRB di Bellinzona
Sara Ravasio, ricercatrice-dottoranda all'IRB di Bellinzona

Servizio comunicazione e media

Sara Ravasio, ricercatrice dottoranda presso l'Istutituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) a Bellinzona, è membro del gruppo di ricerca che si occupa di Regolazione immunitaria, sotto la supervisione di Antonio Lanzavecchia, direttore dell'IRB. L'abbiamo incontrata per farci raccontare la sua storia, le sue motivazioni, e il suo ruolo nella società in qualità di ricercatrice in biomedicina.

 

Come sei arrivata a Bellinzona e perché l’IRB?

Dopo la laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche all’Università di Pavia avevo la possibilità di lavorare in un’azienda farmaceutica ma covavo il desiderio di entrare nel mondo della ricerca scientifica. Sapevo che in Svizzera le università e i centri di ricerca sono di livello eccellente e in rete ho scoperto l’IRB, rimanendo affascinata dalla ricerca che veniva portata avanti a Bellinzona; ho deciso quindi di prendere contatto tramite e-mail e, a seguito di un colloquio, mi è stato offerto un posto come dottoranda-ricercatrice, che ho deciso di accettare nonostante nel frattempo avessi passato le selezioni all’ETH di Zurigo e avessi ricevuto altre proposte .

 

Non è stata solo una questione di lingua quindi?

No, assolutamente. Anzi, inizialmente ero indecisa appunto perché mi sarebbe piaciuto cambiare ambiente e conoscerne uno completamente diverso. Ma la ricerca deve appassionarti, perché è una strada che richiede molto tempo e impegno. Ho scelto quindi l’IRB, che da gennaio 2015 continua a fornirmi stimoli e nuovi insegnamenti.  

 

Di cosa ti occupi all’IRB?

Svolgo ricerca nel laboratorio del Professor Antonio Lanzavecchia, che rivolge la sua attenzione all’identificazione e caratterizzazione di anticorpi monoclonali. Nello specifico mi sto occupando dello studio di una patologia rara ma purtroppo fatale chiamata amiloidosi delle catene leggere. Le catene leggere degli anticorpi in alcune condizioni ancora non del tutto chiarite sono in grado formare aggregati amiloidi che si depositano in organi bersaglio, per esempio il cuore, provocando l’irrigidimento del miocardio e una diretta tossicità sull’organo, che possono provocare la morte del paziente anche nel giro di pochi mesi dalla diagnosi.

 

Si tratta di una malattia comune?

No, è una patologia che si annovera fra le cosiddette malattie rare, la cui diagnosi è tuttavia molto difficile e quindi si ipotizza che molte persone ne siano affette senza saperlo. Il nostro obiettivo è di individuare quali fattori possono portare le catene leggere ad aggregare e a esercitare una funzione tossica.

 

Nel lavoro che svolgi c’è anche un discorso di responsabilità, legata anche all’applicazione pratica (anche se non diretta). Come la senti questa responsabilità?

La mia scelta del percorso universitario, la chimica farmaceutica e poi il dottorato in IRB, è stata dettata dal fatto che desideravo che il mio impegno in ambito biomedico potesse avere un riscontro nella società.

 

È come se avessi ricevuto una ‘chiamata’?

Esatto. Inoltre non bisogna pensare che la ricerca di base sia inutile o fine a sé stessa come poteva accadere in epoche passate in cui gli studiosi venivano percepiti come avulsi dalla società. Oggi è tutto diverso e molto più concreto: abbiamo bisogno di comprendere i meccanismi di base per consentire un progresso generale delle scienze.

 

E’ d’accordo nel dire che vi è maggiore libertà in un istituto rispetto a un laboratorio d’analisi o a un’azienda farmaceutica.

Assolutamente. Nel mio caso specifico, ho sempre avuto la possibilità di dialogare con il Prof. Lanzavecchia. L’idea di studiare l’amiloidosi delle catene leggere è sorta tra di noi. C’è molta libertà di organizzazione e ognuno ha i suoi ritmi e la sua produttività. Le ore di laboratorio rimangono comunque tante paragonate ad altri tipi di lavoro. Ci sono esperimenti che hanno una certa durata e richiedono che si rimanga in loco. Accanto al lavoro di laboratorio dedico buona parte di tempo allo studio e all’analisi dei dati. Come dottoranda partecipo al programma di dottorato offerto dall’IRB, che insieme a conferenze e seminari contribuisce alla mia formazione scientifica.

 

Usate simulazioni informatiche?

Collaboro con il gruppo del Dottor Andrea Cavalli, anch’esso dell’IRB, che condivide il nostro interesse sull’amiloidosi. È interessante confrontare i dati ottenuti in laboratorio con quanto emerge da approcci computazionali come le molecular dynamic simulation e l’analisi di sequenze su larga scala.

 

Vedi un futuro in questo ambito oppure il laboratorio rimarrà?

Secondo me si deve procedere su binari paralleli. La parte di informatica e delle simulazioni è molto interessante per trovare spunti di ricerca che però devono essere verificati sperimentalmente. L’approccio bioinformatico è tuttavia cruciale perché permette di analizzare la grande quantità di dati che le moderne tecnologie ci forniscono che non possono essere analizzati in tempi “umani”.

 

I tempi di realizzazione di un farmaco rimangono lunghi. Dalla scoperta alla terapia passano anche anni, è così?

Esatto. La ricerca di base ha fatto passi da gigante nel cercare di snellire i tempi di scoperta di nuovi potenziali farmaci, che tuttavia devono rispondere a precisi requisiti di sicurezza e non tossicità; per la sicurezza dei pazienti è quindi necessario che venga seguito un percorso stabilito da organizzazioni internazionali come la Swissmedic in Svizzera o l’EMA a livello europeo, anche se in certi casi specifici sarebbe auspicabile un ulteriore accorciamento dei tempi tecnici.

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