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Combattere COVID-19 con i trattamenti contro il cancro alla prostata, una "pista" dallo IOR

Servizio comunicazione istituzionale

I trattamenti cosiddetti "anti-androgeni", usati nella terapia contro il cancro alla prostata, potrebbero avere un effetto protettivo contro COVID-19. Uno studio condotto dall’Istituto oncologico di ricerca – IOR, affiliato all’USI – sui dati sanitari del Veneto ha osservato un rischio minore di sviluppare l'infezione da coronavirus per gli uomini sottoposti a questo tipo di terapia. Svolta in collaborazione anche con l'Istituto di ricerca in biomedicina – IRB, anch'esso affiliato all'USI – e guidata da Andrea Alimonti, Professore all’USI, all’ETH Zürich e all’Università di Padova, la ricerca approfondisce la "pista" di un legame tra i meccanismi di "aggressione" del coronavirus e quelli degli ormoni maschili. Una validazione con altri dati, altre ricerche e studi clinici sono comunque d’obbligo prima di poter delineare un’eventuale terapia.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Annals of Oncology, ha conteggiato in 5'273 i pazienti con cancro alla prostata sottoposti a una "terapia di deprivazione androgenica – ADT", ovvero basata su trattamenti che contrastano gli ormoni maschili e i loro effetti sullo sviluppo del tumore. Di questi 5'273 pazienti solo 4 hanno contratto COVID-19 e nessuno è deceduto. Dei 37'161 malati di tumore alla prostata non curati con ADT, d’altra parte, 114 hanno contratto l'infezione da nuovo coronavirus e 18 sono morti. Su 79'661 pazienti con altri tipi di cancro hanno sviluppato COVID in 312, con 57 decessi.

Come spiega Andrea Alimonti, "i pazienti con carcinoma prostatico sottoposti a terapie ADT avevano un rischio significativamente ridotto, di 4 volte, di ammalarsi di COVID-19 rispetto ai pazienti con tumore alla prostata che non avevano ricevuto ADT. E rispetto ai pazienti con qualsiasi altro tipo di cancro, quelli con carcinoma prostatico trattati con ADT, avevano un rischio sviluppare l'infezione da coronavirus oltre 5 volte minore". 

La ricerca è la prima a suggerire un possibile effetto protettivo dei trattamenti anti-androgeni contro il nuovo coronavirus. L’idea degli autori è che, in prospettiva e se altre ricerche valideranno la tesi pubblicata, anche gli uomini senza cancro alla prostata ma ad alto rischio di COVID-19 potrebbero assumere trattamenti ADT per un periodo di tempo limitato in modo da prevenire l'infezione, mentre in quelli contagiati si potrebbero utilizzare ADT per cercare di ridurre la gravità dei sintomi. Questo per avere una carta in più, insieme alla terapia, per migliorare la situazione di alcuni pazienti. 

 

Com’è nata la ricerca 

Le indagini su un possibile effetto protettivo dei trattamenti anti-androgeni contro COVID-19 sono partite da un’intuizione illustrata qualche settimana fa al Corriere del Ticino da Franco Cavalli, Presidente IOR. Partendo dai dati sulla malattia e sulla sua maggiore aggressività negli uomini, i "sospetti" si sono rivolti su una particolare proteina, chiamata TMPRSS2; questa proteina è uno dei meccanismi sfruttati dal nuovo coronavirus per infettare le cellule del corpo umano. I pazienti con cancro alla prostata presentano alti livelli di tale proteina, la cui azione è regolata dal recettore degli androgeni preso di mira dalle terapie come ADT.   

Dopo le prime indagini in laboratorio in collaborazione con il gruppo di Andrea Cavalli all'IRB e le prime verifiche incrociate con dati su pazienti cinesi, lo studio sui dati del Veneto ha permesso di approfondire l’ipotesi.  

"È noto che ADT può abbassare i livelli di TMPRSS2 nei pazienti con cancro alla prostata e alcune evidenze sperimentali indicano che questo potrebbe avvenire non solo nella prostata, ma anche in altri tessuti", osserva Andrea Alimonti. "Così abbiamo voluto investigare se ADT poteva diminuire il rischio di sviluppare il coronavirus nei pazienti con cancro alla prostata" e i dati sembrano appunto indicare che è così.  

 

Primi protocolli clinici, con la necessaria prudenza

"Spero che i nostri risultati inducano altri ricercatori a condurre studi clinici utilizzando un trattamento temporaneo con ADT in uomini infettati da Sars-CoV-2, oltre ad altre terapie sperimentali. Sebbene debbano essere ulteriormente validati su altre grandi coorti di pazienti, questi dati forniscono una risposta all'ipotesi che i livelli di ormoni androgeni possano facilitare le infezioni da coronavirus e aumentare la gravità dei sintomi, come è stato osservato nei pazienti maschi", precisa il Prof. Alimonti, attivo presso la Facoltà di scienze biomediche dell'USI, aggiungendo che presso l'Ente ospedaliero cantonale (EOC) si sta delineando un primo protocollo clinico di verifica grazie a Silke Gillessen Sommer, Direttrice medica e scientifica dell'Istituto oncologico della Svizzera italiana (IOSI) e anche lei Professoressa presso la Facoltà di scienze biomediche dell'USI.

Fabrice André, redattore capo di Annals of Oncology e direttore della ricerca all'Istituto Gustave Roussy di Villejuif, in Francia, spiega che "abbiamo deciso di pubblicare questo studio perché fornisce un razionale per valutare l'efficacia della terapia ADT nei pazienti COVID. Tuttavia lo studio non fornisce una conclusione definitiva sul ruolo dei trattamenti anti-androgeni nei contagiati da nuovo coronavirus e questa classe di farmaci non dovrebbe essere utilizzata a questo scopo fino a quando futuri studi clinici non ne avranno confermato l'efficacia".

 

 

Il servizio de Il Quotidiano RSI

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