Pandemia e giovani in Svizzera

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Servizio comunicazione istituzionale

19 Gennaio 2022

I giovani si sentono poco considerati nel discorso pubblico sulla pandemia. La maggioranza dei 15-34enni fatica a ricordare qualsiasi tipo di comunicazione sulla loro fascia d'età, ad eccezione di notizie critiche su di loro riportate dai media. È quanto è emerso da uno studio condotto nella Svizzera tedesca e italiana dal Dipartimento di linguistica comparata dell'Alta scuola di scienze applicate di Zurigo (ZHAW) e dell'Università della Svizzera italiana (USI).

"Osserviamo che i giovani si preoccupano senz'altro della salute delle persone più anziane", afferma Suzanne Suggs, professoressa presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'USI. Ciò pare funzionare soprattutto se si spiega in modo comprensibile come e perché è importante comportarsi in un certo modo. Dal sondaggio risulta però che molti giovani chiedono una migliore giustificazione delle misure messe in campo per affrontare la pandemia.

Lo studio è stato suddiviso in due parti, chiedendo da un lato cosa pensassero i giovani delle comunicazioni ufficiali (ossia comunicazioni rilasciate direttamente dalle autorità) e dall’altro un’opinione sulle comunicazioni dei media (ossia filtrate dai giornali/radio/tv). 

In particolare è emerso che i giovani si sono sentiti colpevolizzati di essere portatori del virus e di essere incuranti rispetto alla gravità della situazione. Nessuno degli intervistati si ricorda una comunicazione ufficiale inclusiva nei propri confronti da parte dei media, nel periodo in esame, che va dall’inizio della pandemia ad ottobre 2021.

Mentre per quanto riguarda la comunicazione ufficiale, i giovani si sono sentiti coinvolti esclusivamente dalle misure relative all’educazione scolastica, con le scuole chiuse e l’insegnamento a distanza, e lo svago, con anche le discoteche e i luoghi di ritrovo inaccessibili a causa della situazione sanitaria.

Nei primi tre mesi della pandemia di Covid i giovani hanno percepito il dibattito pubblico come "troppo emotivo o troppo drastico". "Siamo in grado di descrivere e capire quanto fosse variegato il discorso pubblico, e come di conseguenza abbia dato forma a differenti bisogni di informazione e comunicazione", afferma Philipp Dreesen della ZHAW.

A livello regionale lo studio ha fatto emergere alcune differenze. In Ticino, si può dire che i giovani hanno usato un linguaggio più forte nel descrivere le comunicazioni che hanno ricevuto (utilizzando termini come per esempio “hanno terrorizzato”), cosa che i giovani in svizzera tedesca non hanno fatto. I ticinesi poi hanno evidenziato come i media generassero ansia, e come ci sia stata una grande influenza anche da parte dei media italiani in questo senso. 

I ragazzi della Svizzera tedesca hanno espresso più conseguenze negative per loro rispetto ai giovani della svizzera italiana, come per esempio il fatto di non avere più esperienze (ad esempio viaggiare o incontrare nuove persone).

Autorità e organizzazioni sanitarie si sono trovate di fronte alla sfida di dover fare appello alla coesione e insieme trovare modi per rivolgersi in modo mirato ai diversi gruppi target. "La complessità, l'incertezza e il rapido evolversi della situazione hanno generato una grande pressione, ma anche risultati memorabili per quanto riguarda la comunicazione", osserva Peter Stücheli-Herlach, della ZHAW, riferendosi ad interviste condotte con i decisori.

Maggiori informazioni sullo studio le trovate al seguente link.

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Il progetto di studio è stato finanziato dal Fondo nazionale svizzero. Il team di ricerca ha analizzato il discorso pubblico (media, politica, organizzazione sanitaria ecc.) durante i primi mesi della pandemia e ha condotto un sondaggio e interviste qualitative con persone di età tra i 15 e i 34 anni della Svizzera tedesca e italiana.

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