Il sociologo eretico

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Servizio comunicazione istituzionale

4 Aprile 2022

Un’analisi approfondita della Philosophie sociale, pubblicata a Parigi alla fine del giugno 1793 da Moses Dobruska (1753- 1794), uomo d’affari, letterato, filosofo sociale e protagonista della Rivoluzione francese. È quanto propone, per la prima volta, Silvana Greco, docente di sociologia del giudaismo alla Freie Universität di Berlino, nel suo libro Il sociologo eretico, presentato nelle scorse settimane all'Università della Svizzera italiana su invito della Fondazione Goren Monti Ferrari, del Centro Studi Judaica dell’Istituto di Studi italiani dell’USI. Ne parliamo con Giacomo Jori, professore straordinario di Letteratura italiana all’USI e coordinatore delle attività scientifiche del Centro Studi Judaica.

La figura di Moses Dobruska, pensatore moravo di origine ebraica, e la sua opera sono rimasti a lungo dimenticati dalle scienze sociali europee. L’autrice Silvana Greco li ha riscoperti nella sua recente pubblicazione che permette di riportare al centro della discussione la Philosophie sociale, che, già a suo tempo, suscitò notevole interesse, tanto da venir apprezzata dal filosofo Immanuel Kant.

Professore, cosa significa tornare a proporre un’opera come la Philosophie sociale e un autore come Dobruska?

Tengo a sottolineare che l’importante monografia di Silvana Greco è il primo volume della collana del Centro Judaica Lugano presso l’USI, sostenuto dalla Goren Monti Ferrari Foundation, per iniziativa della Dott.ssa Micaela Goren. La collana si chiama Mosaico Europeo ed è pubblicata a Firenze dalla casa editrice Giuntina. Il volume la inaugura perfettamente, per il cosmopolitismo e per la complessità della figura di Moses Dobruska, un vero «mosaico europeo». La copertina simboleggia molto bene il contenuto del libro. Non abbiamo ritratti di Dobruscka, ma la silhouette nera in primo piano si presta a raffigurare la sfuggente e affascinante identità di un autore che nel corso della sua vita cambia più volte nome, residenza, religione, da Brno, dove nasce, a Parigi, dove morirà ghigliottinato, con il nome di Junius Frey (Giunio Bruto Libero). Il testo manoscritto sullo sfondo - un messaggio per il figlio, scritto prima di morire su una copia fresca di stampa della Philosophie sociale - è il suo più intenso momento di verità, il suo testamento: «Sache que mourir n’est rien, mais qu’il est cruel d’être méconnu, et de ne pas pouvoire continuer à travailler pour la Liberté».

Silvana Greco va elogiata poiché per la sua monografia ha scelto un autore dalla bibliografia scarsa e di particolare prestigio. Nel secolo scorso il solo o quasi a occuparsi di Dobruscka è stato il grande studioso della tradizione e della mistica ebraica Gershom Scholem, in particolare nei saggi raccolti in traduzione italiana nel volume Le tre vite di Moses Dobrushka (con altra grafia), a cura di Saverio Campanini ed Elisabetta Zevi, Milano, Adelphi, 2014. A Scholem, che aveva studiato l’eresia sabbatiana (una corrente eretica dell’ebraismo dell’Europa centrale tra XVII e XVIII secolo), interessava particolarmente la parentela di Dobruska, forse destinato a succedergli, con Jabob Frank, continuatore del sabbatianesimo, su posizioni ancora più radicali. Di Dobruska Scholem ci ha lasciato un ritratto indimenticabile: «Così si conclude la doppia carriera, pubblica e nascosta, sorprendente e turbinosa di Moses Bobrushka, alias Franz Thomas von Schönfeld, alias Junius Frey, il cui cuore restò diviso attraverso le sue metamorfosi, un personaggio a cavallo tra due mondi, quello dell’occultismo e quello dei Lumi, tra la sua fedeltà alla Rivoluzione francese e il suo passato al servizio degli imperatori. Non abbiamo svelato tutti i suoi segreti, ma abbiamo visto delinearsi di fronte a noi un uomo fuori dal comune, prigioniero delle sue contraddizioni: ebreo o apostata assimilato? cabbalista esoterico o razionalista illuminato? giacobino o spia? Il dubbio rimane, ma di certo fu un autentico frankista. Aveva quarant’anni quando morì». In Italia queste antinomie hanno affascinato Furio Jesi, che parla di Dobruscka in un saggio degli anni Settanta dal titolo programmatico, Il miracolo secondo ragione.

Quali sono i temi cardine di questo saggio?

Fra le contraddizioni e i segreti di Dobruska Silvana Greco ha saputo orientarsi con grande sapienza grazie agli strumenti di analisi della sua disciplina, la sociologia, e a una solida competenza storica e filologica. Ha giustamente previlegiato la parte in luce dell’opera di Dobruscka, la Philosophie sociale, e ricorda l’altra sua opera, Les Aventures politiques du père Nicaise (1793). Ha rintracciato la presenza del primo trattato alle radici della sociologia moderna, da Saint-Simon ad Auguste Comte. Si sofferma su due temi del pensiero politico e sociale dell’autore: la «felicità» e la «disorganizzazione sociale». Il primo lo connette alla tradizione libertina e illuministica, ed è alla base della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America; il secondo è il principio secondo il quale per dar vita a una società di uomini liberi si doveva disarticolare («désorganiser») dalle fondamenta l’antico regime, demolire per costruire, come voleva il razionalismo cartesiano: «Ainsi ces anciennes cités qui, n'ayant été au commencement que des bourgades, sont devenues par succession de temps de grandes villes, sont ordinairement si mal compassées, au prix de ces places régulières qu'un ingénieur trace à sa fantaisie dans une plaine, qu'encore que, considérant leurs édifices chacun à part, on y trouve souvent autant ou plus d'art qu'en ceux des autres, toutefois, à voir comme ils sont arrangés, ici un grand, là un petit, et comme ils rendent les rues courbées et inégales, on dirait que c'est plutôt la fortune que la volonté de quelques hommes usants de raison, qui les a ainsi disposés» (Discours de la méthode). E come voleva l’antinomismo sabbatiano e frankista: «tu sia lodato o dio che permetti ciò che è proibito». Dobruska cadrà nel tragico annuncio di quel moderno che aveva sognato di plasmare. Rimane, oggi opportunamente restituito da questo libro, il nucleo del suo pensiero sull’uomo e sulla società, sul «grande sé» sociale: «L’umanità è sicuramente un tutto indivisibile perché nella stessa possiamo trovare solo l’uomo. I tiranni o i legislatori gretti, ponendo dei “sé” diversi dal grande sé della società, sono riusciti a dividere l’uomo».

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