Il dolore invisibile: l'importanza dell'ascolto per la salute mentale

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Institutional Communication Service

15 December 2025

In un mondo che corre e raramente si ferma ad ascoltare, la serata “Il dolore invisibile” all’USI ha aperto uno spazio raro e necessario: un luogo in cui il disagio mentale può finalmente emergere dal silenzio, trovare voce e incontrare uno sguardo capace di accogliere. Ecco il resoconto di Maria Grazia Buletti, giornalista scientifica e moderatrice della serata.

Viviamo in una società che corre veloce, che parla molto e ascolta poco. Una società che premia l’efficienza, la produttività, la positività apparente, e che tende a relegare nell’ombra tutto ciò che non rientra in questi canoni: la fragilità, il disagio, il dolore. In questo contesto si inserisce la serata pubblica “Il dolore invisibile: l’importanza dell’ascolto per la salute mentale”, promossa da “USI in ascolto” e tenutasi il 10 ottobre 2025 nell’Aula Magna, ala ovest dell’USI, in occasione della Giornata mondiale per la salute mentale. Un incontro intenso, molto partecipato e profondamente necessario. Il tema del dolore psichico, invisibile, silenzioso, spesso indicibile, è stato al centro di una riflessione collettiva che ha visto coinvolti esperti, testimoni diretti e un pubblico numeroso e attento. Un incontro che non ha avuto la pretesa di offrire risposte definitive, ma che ha voluto aprire spazi: di pensiero, di condivisione, di ascolto.

Il dolore che non si vede

Il disagio mentale è ancora oggi, troppo spesso, un tabù. Vissuto con vergogna da chi lo prova, frainteso o ignorato da chi lo osserva dall’esterno. È un dolore che non sempre ha parole per dirsi, che non lascia lividi visibili, ma può consumare in profondità chi lo attraversa. Eppure, dietro quel dolore ci sono storie vere, emozioni complesse, bisogni profondi. E c'è una richiesta, implicita o esplicita, di essere ascoltati. Non si tratta solo di “sentire”, perché ascoltare, in questo ambito, significa esserci in modo consapevole, empatico, non giudicante. Significa creare spazi sicuri, dove anche ciò che è più difficile possa trovare espressione. Come ha ricordato il giornalista e regista Nanni Delbecchi, ospite della serata, “la depressione è una malattia non solo invisibile, ma spesso indicibile”. La decisione di aprire la serata con la proiezione del docufilm “Un mare oscuro – dentro la depressione”, realizzato da Nanni Delbecchi insieme a Vito Oliva, non è stata dettata da un intento provocatorio, bensì dalla volontà di offrire un punto di partenza autentico, diretto e privo di edulcorazioni per affrontare una realtà ancora troppo spesso ignorata o silenziata: quella della depressione e del suicidio. Parlare di ascolto, infatti, richiede prima di tutto il coraggio di nominare e guardare in faccia il dolore, quello invisibile, indicibile, eppure profondamente presente nella nostra società. Nel corto, le domande non si sentono. Sono solo le voci dei pazienti e dei curanti a emergere. Non c’è estetica della parola, ma nuda verità. La scelta del bianco e nero alternato al colore enfatizza la percezione di oscillazione tra buio e luce, tra assenza e presenza, tra vita e sopravvivenza. Delbecchi ha sottolineato come il suo lavoro sia nato da un’urgenza personale e collettiva: dare voce a chi spesso non riesce a parlare, creare uno spazio in cui il dolore possa essere finalmente accolto e ascoltato.

L’ascolto come fondamento della cura

A dialogare con lui, una tavola rotonda di grande spessore: la psicoterapeuta e psicopedagogista Maria Rita Parsi, lo psichiatra dell’età evolutiva Domenico Didiano, la psicologa clinica Alice De Marco (per il programma ASSIP – prevenzione al suicidio), e Milena Pacciorini, fondatrice della chat fra pari Young4HelpChat. Centrale è stata la riflessione sull’ascolto come primo strumento di prevenzione e cura. Maria Rita Parsi ha ricordato come le “radici dell’ascolto” si formino sin dal grembo materno, nella simbiosi profonda tra madre e feto. “L’ascolto è la base della relazione terapeutica ed educativa – ha detto – ma anche dell’umanità stessa”. L’ascolto autentico non è interventista, non forza le parole, non interpreta troppo in fretta. Accoglie, lascia spazio, accompagna. Anche quando il dolore non ha voce. Anche quando la persona in difficoltà si nasconde, minimizza, sorride per non preoccupare. “L’emozione non ha voce”, si è osservato. E allora bisogna imparare ad ascoltare i segnali non verbali, i silenzi, i piccoli cambiamenti di comportamento. In questo, chi vive accanto a persone fragili ha una grande responsabilità, ma anche bisogno di supporto.

Giovani e disagio: il grido sommerso

Lo psichiatra Domenico Didiano ha portato l’attenzione sull’aumento preoccupante del disagio mentale negli adolescenti, in particolare dopo la pandemia. Il dato è allarmante: “Un giovane su due ha avuto almeno una volta pensieri suicidali”. Eppure il dolore degli adolescenti spesso non si vede. È un dolore che si camuffa, che si trasforma in irritabilità, chiusura, ritiro, aggressività. “Bisogna saper leggere tra le righe – ha spiegato Didiano – cogliere segnali sottili, restare vicini anche quando sembrano respingere. E, prima di tutto, è fondamentale porsi una domanda personale: come mi rapporto io, in prima persona, a questo tema? Solo partendo da questa consapevolezza – ha sottolineato lo psichiatra – si può affrontare un dialogo autentico con i giovani, con i propri figli, anche arrivando a formulare, con chiarezza e senza giri di parole, una domanda diretta ma necessaria: “Stiamo parlando di qualcosa di molto importante… Ti è mai capitato di pensare al suicidio?” Perché l’ascolto che serve a un adolescente non è quello del controllo o del giudizio, ma quello che accoglie e restituisce fiducia. La scuola, la famiglia, la comunità tutta devono farsi carico di costruire spazi protetti dove il dolore possa essere nominato prima di esplodere.

L’ascolto fra pari: un linguaggio giovane

Un altro strumento prezioso è il dialogo tra pari, come dimostra l’esperienza di Young4HelpChat, presentata da Milena Pacciorini. Una piattaforma in cui giovani che hanno vissuto il disagio diventano ascoltatori di altri giovani in difficoltà. Il mezzo è quello più familiare e consono alla loro età: la chat. Il messaggio è potente: “Non sei solo, non sei sbagliato, la tua voce conta”. Anche questo è ascolto, e anche questo è cura. Una cura che passa per la relazione, per la vicinanza, per la possibilità di riconoscersi nell’altro.

Prevenire il suicidio: la terapia dell’ascolto

La psicologa Alice De Marco ha illustrato il programma ASSIP (Attempted Suicide Short Intervention Program) attivo sul territorio cantonale. L’approccio è centrato proprio sull’ascolto empatico, e sulla ricostruzione narrativa del tentativo di suicidio vissuto, aiutando la persona a rielaborare l’evento e a riappropriarsi di una progettualità di vita. “La spinta al suicidio – ha spiegato – nasce spesso da una percezione alterata del presente e del futuro. Il nostro lavoro è cercare di ricostruire senso, possibilità, speranza. Anche qui, tutto parte dall’ascolto”. Un ascolto che è rivolto anche ai “survivors”, cioè i familiari e amici che restano dopo un suicidio. Persone che si portano addosso un peso enorme, fatto di senso di colpa, angoscia, interrogativi irrisolti. Anche per loro servono spazi di parola e di ascolto, per poter continuare a vivere, e non solo a sopravvivere.

Verso una cultura dell’ascolto

Come ha ricordato Nanni Delbecchi nelle battute conclusive della serata, la strada da percorrere è lunga. Ma comincia da piccoli gesti: imparare a stare, senza fretta, senza soluzioni preconfezionate, accanto a chi soffre. Essere buoni ascoltatori non è prerogativa esclusiva di chi possiede una formazione clinica. È qualcosa che riguarda tutti e che richiede, prima di tutto, umanità, presenza e rispetto. E un cambiamento culturale profondo: quello che ci porti a riconoscere la sofferenza mentale come parte dell’esperienza umana, e non come un fallimento individuale. Parlare di salute mentale non è un lusso, ma un’urgenza sociale. E farlo pubblicamente, insieme, è già un primo passo verso la cura.

Perché ogni ascolto autentico è un atto di giustizia, di dignità, di amore.

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