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Giustizia riparativa, come cambia la figura del giudice e dell'avvocato?

Servizio comunicazione istituzionale

L’Istituto di diritto dell’Università della Svizzera italiana (IDUSI) - sede del gruppo regionale italofono del Swiss RJ Forum – ha dato il via a una serie di incontri sulla giustizia riparativa all’USI. In attesa del prossimo incontro aperto al pubblico previsto il 6 maggio, che verterà sul tema della mediazione penale sotto il profilo sia giuridico che linguistico, organizzato in collaborazione con l’Istituto di argomentazione, linguistica e semiotica (IALS), approfondiamo l’argomento con Grazia Mannozzi, Ordinario di Diritto penale e di Giustizia riparativa e mediazione penale all’Università degli Studi dell’Insubria e Direttore del Centro Studi sulla Giustizia riparativa e la mediazione. La prof.ssa Mannozzi è stata ospite all’USI per un pomeriggio di riflessione con cinquanta studenti del Liceo Lugano 2, incontro volto a favorire sul territorio ticinese una discussione e una formazione concreta su questa visione di giustizia.  

Il tema della giustizia riparativa è molto presente nel dibattito degli ultimi anni, anche se in modo differente tra i diversi Paesi europei. “Se la mediazione reo vittima era inizialmente il modello dominante, ci si è in seguito resi conto che essa era solo uno degli strumenti di gestione cooperativa del conflitto. Si è quindi cominciata a stagliarsi, progressivamente, l’idea di giustizia riparativa. L'espressione "giustizia riparativa" può essere considerata un termine ombrello all’interno del quale si collocano vari strumenti e tecniche” spiega Mannozzi. Questo paradigma è diventato oggetto di riflessione a livello europeo, anche per rispondere alla crisi della giustizia penale tradizionale, che non riesce a dare le risposte che le vittime si aspettano. L’Europa si è mossa in più tappe: nel 1999 con una raccomandazione del Consiglio d'Europa, supportata poi a livello internazionale dalla risoluzione delle Nazioni Unite nel 2002, e dieci anni dopo con la direttiva europea (2012/29/UE), che ha istituito norme minime a tutela delle vittime, seguita infine dalla raccomandazione CM/Rec (2018) sulla giustizia riparativa in materia penale. Un altro segnale importante di cambiamento è il fatto che la giustizia riparativa sia diventata materia di insegnamento universitario, acquisendo  per questa via una sempre maggiore dignità scientifica: “L’Università dell’Insubria è stata la prima in Italia ad istituire la cattedra di giustizia riparativa nel 2005. I corsi vengono seguiti da chi studia giurisprudenza: questa attenzione nella formazione del giurista sottolinea la consapevolezza della dignità dei contenuti della materia” continua Mannozzi.

Al centro della giustizia riparativa c’è il dialogo, tanto che si parla anche di “giustizia dialogica”. Il processo penale non è in effetti strutturato per dare risposte dialogiche, è un momento di verifica in cui le parti possono parlare solo se interrogate e, se l’imputato ha la facoltà di non rispondere, la vittima viene invece sentita come testimone, pertanto ha l’obbligo di dire la verità, è sottoposta a controesame, con possibili effetti di vittimizzazione secondaria. “Le vittime – spiega Mannozzi -  hanno invece bisogno di fare quelle domande che nel processo non riescono a trovare (perché è successo, perché a me, ecc); debbono inoltre essere aiutate a superare la solitudine, la vergogna, il timore di ritorsioni e, spesso, anche l'esposizione mediatica. Sono, questi, tutti danni al "sistema invisibile dei sentimenti" che non vengono riparati nel processo. Occorre uno spazio protetto di ascolto: e qui entrano in gioco la giustizia riparativa e, in particolare, la mediazione”.

L'attenzione alla persona, alla sua dimensione emozionale presuppone però delle competenze specifiche e interdisciplinari - non solo giuridiche in senso tecnico ma che riguardano anche la gestione delle emozioni, comprensione delle dinamiche relazionali e sociali - da parte di chi si occupa di gestione dei conflitti.  Anche le figure dell’avvocato e del giudice sono chiamate a cambiare rispetto al passato. “Occorre una formazione alla giustizia che faccia sì che avvocati e giuristi abbiano un approccio più rispettoso nei confronti dei disagi delle vittime, e ridurre così, prima di tutto, la vittimizzazione secondaria. - continua Mannozzi - Chi ha il primo contatto con le vittime deve essere capace di attenzione, premure e per questo dovrebbe acquisire o migliorare le competenze dialogiche e relazionali”. Come poter essere al contempo dei buoni mediatori? Il ruolo è delicato; la formazione mirata. Diventare mediatori significa non solo acquisire delle competenze da spendere nella gestione dei conflitti ma anche e soprattutto acquisire un "abito mentale" a cui ricorrere, secondo Mannozzi, in qualsiasi tipo di lavoro così da migliorare le nostre capacità relazionali in vari campi professionali e nel quotidiano. “Sarebbe opportuno che questa figura venisse riconosciuta come professionale a tutti gli effetti e che vengano fatti investimenti in tal senso, affinché venga riconosciuta al pari di uno psicologo o di un assistente sociale” conclude.

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