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Sospensione dai social network per Donald Trump tra responsabilità, censura e pluralità

Servizio comunicazione istituzionale

Il blocco a tempo indeterminato dell’account di Donald Trump da parte di Twitter, Facebook e Instagram in seguito ai fatti di Capitol Hill ha riaperto il dibattito, negli Stati Uniti e non solo, sul ruolo e sui limiti dei social network. In diversi si chiedono se sia il caso di parlare di censura o se si tratti di un intervento dovuto e dettato dalla responsabilità. Per una prospettiva plurale sul tema vi proponiamo le interviste a quattro esperti dell'USI. 

La sospensione dei profili social del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è avvenuta in seguito all’assalto alla sede del Congresso americano, consumatosi il 6 gennaio 2021, quando migliaia dei suoi sostenitori hanno fatto irruzione all’interno della sede del Parlamento interrompendo il processo di certificazione della vittoria alle elezioni presidenziali di Joe Biden. Una protesta incoraggiata dallo stesso Trump proprio attraverso le piattaforme social, con post che incitavano all’insurrezione. Post che hanno spinto Twitter, Facebook e Instagram a bloccare, dapprima temporaneamente e in seguito a tempo indeterminato, i profili del presidente. Il ban ai danni di Donald Trump è finito così al centro del dibattito internazionale.

 

"Una decisione dovuta"

Nella sua analisi, Colin Porlezza, Professore assistente di Giornalismo digitale presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'USI, intervistato da Francesco Pellegrinelli per il Corriere del Ticino, sottolinea come quanto accaduto abbia fatto emergere un aspetto centrale, ossia come i grandi social network possiedano gli strumenti per intervenire, con limitazioni e controlli, ad esempio bloccando account ritenuti problematici e non in linea con i codici di condotta delle piattaforme. Questo conferma che, a dispetto di quello che gli stessi social possano sostenere rispetto alla propria neutralità, essi sono di fatto degli editori, con la relativa responsabilità rispetto ai contenuti che contribuiscono a diffondere. 

A detta del Prof. Porlezza non è corretto parlare di censura, poiché non si tratta di un intervento di controllo ad opera di uno Stato o di un Governo. Piuttosto occorre ricordare la natura dei social network, che sono piattaforme private con le loro regole e policy, che vietano, ad esempio, di istigare e fomentare la violenza; regole che Donald Trump ha ripetutamente violato.

Alla base della decisione di sospendere l’account del presidente americano uscente vi è poi anche il concetto di sicurezza pubblica, che ha mostrato chiaramente l’esistenza di una responsabilità a carico delle piattaforme social che, come Twitter, Facebook e Instagram, possono amplificare messaggi e informazioni di qualsiasi tipo.

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"Una svolta, ma giuridicamente problematica"

Negli scorsi giorni è proseguito il dibattito sulle libertà digitali, alimentato dalla decisione di Twitter di chiudere anche i profili legati alla cosiddetta teoria di estrema destra QAnon. Ad oggi gli account bloccati sono 70'000. A prendere provvedimenti è stato anche il colosso della vendita online, Amazon, che ha disabilitato i server di sua proprietà che ospitavano Parler, piattaforma social molto popolare tra gli esponenti della destra americana.

Intervistato al TG della Radiotelevisione svizzera Bertil Cottier, Professore ordinario di Diritto presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società all’USI, ha definito le azioni di Twitter come una svolta. Al contempo, esse non sono prive di problemi a livello giuridico: possono essere infatti considerate un caso di “censura privata”. Il Professor Cottier sottolinea come solitamente siano i tribunali a determinare un’azione di censura, con la possibilità per chi è accusato di difendersi. La soluzione sarebbe dunque di inquadrare meglio a livello legislativo il ruolo e il monopolio esercitato dai social network nel campo della comunicazione al fine di avere una maggiore sicurezza dal punto di vista giuridico.

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"Attenzione all'adozione di politiche dannose per il futuro"

In un commento apparso sul Corriere del Ticino, Giovanni Barone Adesi, Professore ordinario di Teoria finanziaria presso la Facoltà di scienze economiche dell'USI, suggerisce di studiare le motivazioni dell’oscuramento mediatico di Trump distaccandosi dagli eventi delle ultime settimane “per evitare che decisioni prese sotto la pressione di una crisi portino all’adozione di politiche dannose per la pluralità dell’informazione in futuro”. Per questo motivo occorre analizzare il ruolo dei social media nella società evitando analogie con i mezzi di comunicazione tradizionali.

Secondo il Professor Barone Adesi occorre interrogarsi su come si possano filtrare le informazioni di dubbia attendibilità a cui siamo soggetti e soprattutto valutare come gestire le comunicazioni attraverso i nuovi media, senza minare la pluralità di cui le democrazie si nutrono e senza piatti universalismi di pensiero. Un compito che si preannuncia complesso, dato che sia l'esercizio di politiche di controllo sia l'affidarsi di autoregolamentazione hanno i loro limiti e le loro contraddizioni.  

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"Il ruolo pubblico dei social e il vantaggio economico del ban di Trump"

Sempre in relazione all'oscuramento degli account di Donald Trump, Lorenzo Cantoni, Professore ordinario presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'USI, è intervenuto come ospite durante la trasmissione Radar in onda su Teleticino.

Per il Professor Cantoni la decisione delle reti sociali di silenziare il presidente degli Stati Uniti ha fatto emergere in modo chiaro come i social network siano aziende private e come, in quanto tali, agiscano. Occorre non dimenticare che negli anni le piattaforme social sono state investite di un valore di comunicazione pubblica importante, assumendo quello che Cantoni definisce un vero e proprio "ruolo pubblico" pur rimanendo aziende private, giungendo ad avere una dimensione economica e poteri enormi. In questo contesto bisogna dunque riconoscere il nuovo ruolo di questi social, e operare per trovare un inquadramento giuridico idoneo.

Un altro aspetto che Cantoni mette infine in luce riguarda come Twitter abbia tratto un vantaggio economico enorme dal ban di Donald Trump, data l’eco mediatica che questo provvedimento ha generato; senza dimenticare che lo stesso Trump è stato uno dei maggiori finanziatori della piattaforma, attraverso la monetizzazione che il social impone sul traffico di informazioni sul proprio canale.

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