Giovani e informazione

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Servizio comunicazione istituzionale

16 Maggio 2022

In Svizzera, quasi un terzo dei giovani svizzeri ha poco o nessun interesse per le notizie. Diversi studi mostrano come gli eventi mondiali quotidiani sono di secondaria importanza per ragazzi e ragazze, che utilizzano raramente fonti di informazione e quindi sviluppano un’alfabetizzazione limitata nell’affrontare e nell’elaborare le notizie che a sua volta li rende più soggetti/vulnerabili alla disinformazione. Come si analizza dunque il rapporto tra giovani e informazione oggi? Per rispondere a questa domanda ci aiuta Eleonora Benecchi, docente-ricercatrice presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI, responsabile per la Svizzera italiana dello studio Reaching Swiss Digital Natives with News, frutto della collaborazione tra USI, Università di Zurigo e di Losanna. 

Lo studio ha preso in considerazione un campione di 66 giovani tra i 12 e i 20 anni provenienti dalle tre regioni linguistiche della Svizzera e desidera in particolare fornire delle soluzioni analizzando le richieste e le aspettative del pubblico giovane nei confronti delle notizie, dei media e relative al consumo di queste informazioni e alla cosiddetta alfabetizzazione mediatica. Partendo proprio da questo ci chiediamo quale informazione richiedono i giovani? E verso che tipo di informazione sono orientati?

Partiamo dal presupposto che i giovani intendono con informazione qualcosa di diverso da quello che intendono i giornalisti: i news media tradizionali vedono le notizie come ciò che si dovrebbe sapere. Il pubblico giovane vede le notizie come ciò che si dovrebbe sapere (in una certa misura), ma anche ciò che è utile sapere, ciò che è interessante sapere, e ciò che è divertente sapere per loro. I risultati della nostra ricerca puntano il riflettore proprio sulla richiesta dei giovani di avere programmi e contenuti informativi disegnati per loro, in grado di corrispondere meglio alla loro realtà e coprire gli argomenti che li toccano maggiormente. Questo non significa una richiesta di puro intrattenimento, argomenti come la politica, l’economia o i temi sociali sono stati citati come contenuti che potrebbero essere interessanti e richiesti, ma a patto che siano confezionati in formati che rispondano alle esigenze dei più giovani. Ci sono stati forniti anche esempi concreti: una rivista online mensile o una app con aggiornamenti regolari che riassumano le notizie di attualità in modo comprensibile e facilmente accessibile, attraverso immagini o brevi video. In generale una traduzione dell’attualità o dei temi considerati importanti in chiave visuale è una richiesta generalizzata. Così come l’esigenza di vedere controbilanciate le “cattive notizie” con notizie positive o esempi di soluzioni virtuose ai problemi che si pongono, dato che praticamente tutti i giovani che hanno partecipato alla ricerca lamentano di sentirsi affogare nella negatività quando guardano dei programmi informativi tradizionali. I più giovani aggiungono a questo una sensazione di sovraccarico informativo e chiedono un’informazione più personalizzata che possa aiutarli a navigare attraverso il mare di notizie che ricevono sui loro smartphone e a risparmiare tempo nella ricerca di informazioni rilevanti. C’è poi un trend interessante che abbiamo individuato soprattutto in Svizzera italiana: l'uso dei meme come fonte di informazione attraverso un consumo in due fasi. Si prende visione di un meme, di solito via messaggistica privata; poi, se i partecipanti trovano il contenuto del meme interessante, cercano di approfondire la loro comprensione dell'argomento, risalendo alla notizia a cui il meme si riferisce. Si tratta di uno dei tanti casi in cui i giovani più che cercare attivamente le informazioni capitano, per così dire, sulle notizie. 

Perché i giovani usano sempre di più i social e sempre meno i mezzi tradizionali?

Questo cambiamento ha a che fare non solo con un cambiamento sociale generale, dato che non sono solo i giovani ad aver spostato il loro consumo informativo sui social, ma anche con la tempistica del consumo di informazione nei giovani. La nostra ricerca ha evidenziato che le notizie sono consumate soprattutto mentre i giovani vanno a scuola o al lavoro, dunque in movimento, o nei momenti di pausa, dunque tra un’attività e l’altra. Ecco che questo significa inevitabilmente un consumo che si appoggia allo smartphone che attraverso social media e applicazioni che aggregano notizie aiuta i giovani a “colmare” il tempo di attesa. Molto raramente ci è stato segnalato l’utilizzo dello smartphone per accedere a programmi tradizionali, per loro natura più lunghi e meno flessibili rispetto ai video che si possono reperire sui social o alla condensazione delle notizie offerta da applicazioni informative pensate per il consumo in mobilità.  Ovviamente questo va a scapito dell’approfondimento, ma anche della varietà informativa. In effetti i giovani ci hanno segnalato più volte di aver attivato degli specifici filtri o di ver personalizzato le applicazioni che utilizzano in modo da ricevere solo notizie relative a tematiche interessanti o utili per loro, indicando l'importanza del rapporto tra le notizie consumate e la vita personale. Ecco che in questo senso i social media sono ideali perché non solo consentono, ma spesso sollecitano un’estrema personalizzazione del consumo informativo. Un altro punto centrale è che per i giovani informazione fa rima con intrattenimento, una delle principali spinte al consumo di notizie è infatti “passare il tempo” e “intrattenersi”. Ecco perché non ci stupisce che scelgano gli stessi canali per informarsi e intrattenersi: social media, motori di ricerca e portali video. Inoltre le ragioni che spingono i giovani a mantenersi informati si collegano a esigenze relazionali e di interesse personale: ci si informa per essere in grado di partecipare a discussioni su argomenti di attualità a scuola o con il gruppo dei propri pari, per essere aggiornati su eventi che influenzano direttamente la propria vita quotidiana (come tempeste o attività criminali che si verificano nel proprio contesto geografico), per tenersi aggiornati su argomenti che interessano il proprio gruppo di amici. Rispetto a esigenze conversazionali come queste i social media offrono risposte più immediate, anche se meno approfondite o affidabili, e più semplici da riutilizzare, nella vita quotidiana, rispetto ai media tradizionali. 

Quanto è importante l’alfabetizzazione digitale per non cadere vittime della disinformazione?

E’ fondamentale. Non ci stancheremo mai di ripeterlo. Gli studi che conduciamo in Svizzera sia relativamente al rapporto tra media e giovani che al rapporto tra giovani e informazione indicano una serie di problematiche che vanno intercettate attraverso iniziative dentro e fuori la scuola che consentano di aumentare la competenza mediale dei giovani e soprattutto variare la loro dieta informativa. I motori di ricerca e i social media hanno condizionato i giovani ad aspettarsi di poter trovare notizie e informazioni rapidamente e facilmente. Questi strumenti hanno cambiato la natura stessa della "ricerca" di informazioni e di ciò che significa "fare ricerca". Per i giovani oggi, "ricerca" significa "Googlare". "Fare ricerca" è passato da un processo relativamente lento spinto dalla curiosità intellettuale e da un desiderio di scoperta a un esercizio veloce e a breve termine volto a trovare solo informazioni sufficienti per completare un compito o soddisfare un’esigenza immediata. Il fatto che i giovani di oggi siano così esperti di tecnologia, fa erroneamente presumere che la loro capacità di cercare informazioni su un videogioco o su un team sportivo possa tradursi in una facilità di ricerca di informazioni su eventi di attualità. Ma Internet è un buco nero di informazioni, e certamente non tutte sono accurate. I giovani anche quelli che hanno più dimestichezza con la tecnologia vanno guidati. Ad esempio insegnando a usare strumenti avanzati di ricerca, mostrando la possibilità di accedere a risorse come le banche dati online, i siti di news media, libri o biblioteche online. Una priorità assoluta oggi dovrebbe essere insegnare ai giovani come giudicare la qualità delle informazioni online. Soprattutto perché secondo le ricerche i giovani si informano sempre meno e, quindi, sviluppano un'alfabetizzazione limitata nel trattare le notizie, il che a sua volta rende questo gruppo più vulnerabile alla disinformazione.

L’informazione si adatta alle esigenze dei giovani? 

Cerca di farlo, ma non sempre con efficacia. Almeno se guardiamo ai dati di consumo o se ci basiamo sulle considerazioni dei giovani che hanno partecipato alle nostre ricerche. Il fatto che il consumo di media come i giornali, le riviste e la radio o di formati informativi tradizionali come il TG sia in netto calo da anni tra i giovani dovrebbe essere di stimolo a cambiare il modo in cui si comunica con questa fascia della popolazione. Non è facile però capire come, non a caso il tiolo del nostro studio è anche una domanda: come raggiungere i giovani svizzeri con le notizie? 

I risultati della nostra ricerca, ma questo è confermato anche da altri studi sul tema, sottolineano che i programmi informativi tradizionali non riescono a coinvolgere i giovani anche se trattano argomenti che li interessano. Dunque, forse più che cercare di inseguire temi “giovani” e “leggeri” servirebbe sperimentare formati diversi.  I giovani preferiscono i formati visivi, ad esempio un video o delle immagini che riassumono e illustrano la notizia. Anche a livello di contenuto la confezione dell’informazione in modo che sia più facilmente digeribile è premiata con maggiore attenzione e consumo. Un aspetto interessante è che proprio a causa di questa preferenza per la condensazione e visualizzazione delle notizie le app aggregatori di notizie o l’attivazione delle notifiche push sono molto utilizzate quando si parla di informazione. 

Va detto che alcuni esperimenti di successo esistono anche alle nostre latitudini e ci sono stati più volte segnalati dai giovani. Ad esempio, SPAM, un format disegnato da RSI per i giovani e pensato per i social, ha riscosso un buon successo e mostrato un modo diverso di adattare l’informazione ai giovani. 

C’è poi un’importante finestra temporale che abbiamo individuato in cui i giovani sono ancora molto disponibili a farsi raggiungere dalle notizie, ovvero la fascia dai 15 ai 17 anni. Questo è un momento strategico perché ragazzi e ragazze cominciano a emanciparsi dalle abitudini familiari rispetto al consumo di notizie ma non hanno ancora sviluppato delle abitudini consolidate. In questa fascia d’età i giovani affermano che è essenziale essere informati sugli eventi mondiali ed essere in grado di formarsi un'opinione. Il loro atteggiamento verso le notizie è piuttosto ottimista. Le notizie sono considerate ad esempio utili per la scuola e utili nella vita quotidiana. I giovani vogliono essere informati per essere in grado di partecipare alle discussioni a scuola o di connettersi con i coetanei. Anche in questa fascia d’età comunque il consumo di notizie è guidato dai social media, perché è "il modo più facile di accedere alle notizie". Tra i 15 e i 17 anni i contenuti rintracciati sui social sono spesso un punto di partenza per accedere a diversi news media online, ma solo quelli che non propongono formati tradizionali. 

Quali sono gli scenari futuri?

Un terreno di battaglia molto importante, come detto, è quello della lotta alla disinformazione. Va detto che uno dei temi che preoccupano di più i giovani che hanno partecipato al nostro studio sono proprio le fake news e la conseguente perdita di credibilità dei media. Purtroppo, questa perdita di fiducia non impatta solo sui social, considerati dai giovani tra le fonti informative meno attendibili, ma anche i media tradizionali. Per questo i giovani vogliono sapere chi produce le notizie, in sostanza la trasparenza è molto importante per loro. Non a caso preferiscono le notizie raccontate in prima persona perché le considerano più credibili rispetto alle notizie troppo “confezionate” e impersonali. In questo senso il ruolo dei cosiddetti “influencer” o di giornalisti considerati dai giovani affidabili perché vicini al loro modo di comunicare è molto importante anche se al momento sottovalutato.

Se poi penso al caso della Svizzera italiana e ai meme che diventano veicolo di notizie per i giovani, anche qui vedo un grande potenziale. Esistono esempi ormai consolidati che dimostrano che si può fare giornalismo anche con i meme, usandoli per far entrare le persone nel mezzo della storia così che siano interessate anche a scoprirne i dettagli. Il meme è un pezzo di un mosaico, che può essere più o meno grande, più o meno dettagliato. Il problema di chi fa giornalismo memetico per così dire, è quello di capire quale pezzo del mosaico isolare per fare in modo che le persone vogliano scoprire il resto, ovvero cliccare e leggere o vedere l’informazione collegata. Il problema è che nel caso dei giovani che hanno partecipato al nostro studio i meme collegati a notizie che sono poi andati ad approfondire non erano creati o ospitati da testate giornalistiche ma circolavano informalmente nei gruppi privati o sui social, in spazi dunque dove circola anche disinformazione. Il fatto però che questi ragazzi e ragazze abbiano fatto un percorso individuale di approfondimento, analizzando il meme, risalendo alle fonti originali e andando poi a leggere una serie di articoli sul tema penso ci dica molto sul fatto che forse dovremmo fare attenzione a parlare di disinteresse informativo da parte dei giovani o di pigrizia intellettuale. Più che altro quello che osserviamo è un allontanamento progressivo dei giovani dai news media tradizionali, ma non perché non vogliano informarsi. Piuttosto perché non si riconoscono nell’offerta informativa tradizionale. Come detto, però, c’è ancora lo spazio per modificare questo atteggiamento, soprattutto in Svizzera dove la fiducia nei confronti del servizio pubblico e del giornalismo professionista, tra i giovani, è ancora molto alta.

 

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