Un ricordo di Martin Steinmann (1942-2022)

Accademia di architettura

Data d'inizio: 23 Marzo 2022

Data di fine: 29 Marzo 2022

Un ricordo di Martin Steinmann (1942-2022)

Il mondo della critica e della teoria dell’architettura svizzera è più silenzioso da che, pochi giorni fa, Martin Steinmann è scomparso in seguito a una grave malattia. Con lui se ne va un uomo che, come pochi altri, è stato fino alla fine parte essenziale – ed esistenziale – degli eventi architettonici del suo tempo. Chiunque lo conoscesse sa ciò che Martin Steinmann ha fatto per l’architettura svizzera contemporanea e quanto quest’ultima gli sia debitrice in termini di competenza e profondità di analisi. Per l’Accademia di architettura si tratta di una perdita incalcolabile: con lui se ne va un eminente conoscitore della scena architettonica ticinese e un compagno di strada legato a tanti dei suoi membri, che ha sempre partecipato attivamente alle loro attività didattiche, come critico invitato negli atelier di Progettazione e di Diploma.

Un’intelligenza multiforme e una cultura architettonica superiore unite a uno sguardo critico acuto e a una spiccata propensione all’analisi, espressa con un linguaggio sempre chiaro e preciso: queste le caratteristiche dei suoi innumerevoli contributi, che hanno concorso a rendere l’architettura svizzera ciò che è oggi e a definirne gli obiettivi. I suoi scritti hanno avviato dibattiti e confronti. Non esiste quasi nessun grande nome dell’architettura svizzera contemporanea a cui Steinmann non abbia dedicato riflessioni illuminanti e decisive. 

La carriera accademica di Martin Steinmann iniziò nel 1968 presso il neonato Istituto gta del Politecnico di Zurigo. Sulla base delle fonti presenti nell’archivio del gta, alla cui organizzazione collaborò attivamente, il giovane architetto si dedicò alla storia dei Congrès Internationaux d’Architecture Moderne, CIAM, nell’ambito della sua tesi di dottorato con Adolf Max Vogt; il libro che ne scaturì (CIAM: Internationale Kongresse für Neues Bauen / Congrès internationaux d’architecture moderne; Dokumente 1928-1939, Basel-Stuttgart 1979; AAM, FC 9855) è tuttora considerato un lavoro fondamentale. Alla metà degli anni Settanta, la sua attività di critico attirò l’attenzione del grande pubblico grazie a una mostra – ormai divenuta leggendaria – da lui curata insieme a Thomas Boga. Sotto il titolo epocale Tendenzen. Neuere Architektur im Tessin (Tendenze. Architettura moderna in Ticino), la mostra si occupava di quella generazione di architetti emergenti, ma sempre più riconosciuti a livello internazionale, a cui l’Accademia di architettura di Mendrisio avrebbe poi dovuto tanto: Mario Botta, Luigi Snozzi, Livio Vacchini e Aurelio Galfetti (Tendenzen. Neuere Architektur im Tessin: Dokumentation zur Ausstellung an der ETH Zürich vom 20. November - 13. Dezember 1975, Zurich 1975; AAM, 720.036.2(494.5) Tend). Anche qui, come nel resto della sua opera, Steinmann colpisce per la sua straordinaria capacità di analisi e sintesi della contemporaneità architettonica grazie a un linguaggio limpido e puntuale, e ampliando il concetto di contemporaneità fino a elevarlo a una dimensione teorica. Tutto ciò è particolarmente evidente negli anni tra il 1980 e il 1986, quando assume la direzione della rivista “Archithese” dal suo predecessore, nonché fondatore della rivista, Stanislaus von Moos.

Martin Steinmann è sempre stato al passo coi tempi, quando non li ha anticipati. Era quindi probabilmente naturale che nel 1991, partendo da una visione estetico-percettiva o teorico-percettiva debitrice degli scritti fenomenologici di Rudolf Arnheim, scrivesse un articolo per “Faces. Journal d’architecture” – della cui redazione faceva parte all’epoca – in cui coglieva l’inizio dell’abbandono del linguaggio postmoderno in favore di una rinnovata chiarezza, persino semplicità, delle forme architettoniche (La forme forte. Vers une architecture en deçà des signes, “Faces. Journal d’architecture”, n. 19, primavera 1991; AAM, BCMA P 47), di cui riconosceva la necessità nella sempre maggiore complessità delle nuove realtà globali ed economiche.

Per molti anni, Martin Steinmann ha dedicato un’attenzione speciale all’architettura residenziale collettiva, sia nella sua quasi ventennale attività di docente al Politecnico di Losanna (a partire dal 1987), sia negli scritti. Al centro di questo argomento c’era per lui la questione delle possibili configurazioni dell’habitat umano e il tema della percezione dello spazio, ed è qui che l’idea di Stimmung (stato d’animo, sentimento, disposizione, ma anche atmosfera) assume una valenza centrale, ricorrendo più volte. Arnheim e il concetto di Stimmung accompagneranno sempre Steinmann, che rifletterà fino alla fine sul significato della percezione nell’architettura svizzera (Stimmung, “Matières”, n. 16, 2020, pp. 58-73; AAM, BCMA P 125).

Martin Steinmann è stato curatore di mostre che hanno fatto epoca – come Matière d’art: Architecture contemporaine en Suisse (Basilea 2001; AAM, 720.036.2(494) Mati), del 2001, con i colleghi losannesi Jacques Lucan e Bruno Marchand – e ha scritto monografie molto attese, tra cui ricordiamo quella dedicata all’amico Roger Diener (M. Steinmann, B. Marchand, A. Aviolat, Diener & Diener Architekten: Housing, Zurigo 2020; AAM, 720.030 DIEN 7). Dal 2007 al 2015, insieme allo stesso Diener, ha progettato l’imponente ampliamento del Museo civico di Aarau, città alla quale si sentiva particolarmente legato e dove ora riposa in pace.

[Tutti i titoli citati possono essere consultati nella Biblioteca dell’Accademia di architettura di Mendrisio ai numeri di collocazione indicati].

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Es wird stiller werden in der Schweizer Architekturtheorie und Architekturkritik, denn vor wenigen Tagen ist Martin Steinmann nach schwerer Krankheit von uns gegangen.Bis zuletzt nahm er wie nur wenige am architektonischen Geschehen seiner Zeit einen essentiellen wie existentiellen Anteil. Wer ihn gekannt hat, wird wissen, wie groß der Verlust ist an Wissen und Kenntnis der jüngeren und jüngsten Schweizer Architektur und vor allem auch, was Martin Steinmann für sie getan hat. Für die Accademia di architettura ist sein Dahinscheiden ein besonderer Verlust: Mit ihm verliert sie einen eminenten Kenner der Tessiner Architekturszene und einen Wegbegleiter,der vielen ihrer Mitglieder eng verbunden war und immer wieder an ihren Atelier- und Diplomkritiken aktiv teilnahm.

Einem umfassenden Intellekt, einer überragenden architektonischen Kultur, einem stets kritischen Auge, einem Hang zur tiefen Analyse des Betrachteten wie auch einer stets klaren und präzisen Sprache verdanken sich zahllose Beiträge, von denen man meinen könnte, dass sie die Schweizer Architektur erst zu dem werden ließen, wofür sie heute steht, aber auch einsteht. Seine Schriften initiierten Debatten und eröffneten Diskussionen. Es gibt nahezu keinen großen Namen in der architektonischen Zeitgenossenschaft der Schweiz, zu dessen Verständnis er nicht Entscheidendes beigetragen hätte. 

Martin Steinmanns akademische Karriere begann 1968 am neu gegründeten Institut gta der ETH Zürich.Auf Grundlage der damals unter seiner tatkräftigen Mitwirkung im gta Archiv zusammengetragenen CIAM-Überlieferungen arbeitete er die Frühgeschichte der Congrès Internationaux d’Architecture Moderne CIAM im Rahmen seiner Doktorarbeit bei Adolf Max Vogt auf;  das Buch gilt bis heute als Grundlagenwerk (CIAM: Internationale Kongresse für Neues Bauen /Congrès internationaux d’architecture moderne: Dokumente 1928-1939, Basel, Stuttgart, 1979; AAM, FC 9855). Mitte der 1970er Jahre war man auf seine Leistungen als Architekturkritiker im Rahmen einer von ihm zusammen mit Thomas Boga kuratierten und nunmehr zur Legende gewordenen Ausstellung aufmerksam geworden, die sich unter dem in der Folge epochemachenden Titel Tendenzen – Neuere Architektur im Tessin mit jener jungen Generation aufstrebender und zunehmend international wahrgenommener Architekten auseinandersetzte, der die Accademia di architettura di Mendrisio in der Folge soviel zu verdanken haben sollte: Mario Botta, Luigi Snozzi, Livio Vacchini und Aurelio Galfetti (Tendenzen – Neuere Architektur im Tessin: Dokumentation zur Ausstellung an der ETH Zürich vom 20. November – 13. Dezember 1975, Zürich, 1975; AAM 720.036.2(494.5) Tend). Wie überall präsent in Martin Steinmanns Werk, fiel auch hier seine überragende Fähigkeit zu einer sprachlich stets präzise gefassten Analyse sowie Synthese der architektonischen Zeitgenossenschaft auf, die er zudem souverän um eine theoretische Dimension zu erweitern wusste. Dies schlug sich vor allem auch in den Jahren 1980 bis 1986 regelrecht richtungsweisend nieder, als er die Redaktion der Zeitschrift Archithese von seinem Vorgänger in diesem Amt und Begründer der Zeitschrift, Stanislaus von Moos, übernommen hatte.

Stets ging Martin Steinmann mit der Zeit bzw. ihr voraus. So war es denn vermutlich auch nur konsequent, dass er 1991 in einem seiner Beiträge in Faces. Journal d’architecture, dessen Herausgebergremium er damals angehörte, einen Beitrag veröffentlichte, der aus wahrnehmungsästhetischer bzw. wahrnehmungstheoretischer Sicht mit Bezug auf das phänomenologische Schrifttum Rudolf Arnheims auf die sich damals abzeichnende Ablösung der architektonischen Postmoderne durch eine erneuerte Klarheit ja geradezu Einfachheit in den architektonischen Formsprachen hinweisen sollte („La forme forte. Vers une architecture en deçà des signes“, in: Faces. Journal d’architecture, Nr. 19, Frühjahr 1991; BCMA P 47), deren Bedürfnisnotwendigkeit er in der beständig zunehmenden Komplexität der neuen globalen und ökonomischen Realitäten klar erkannt hatte.

Seine besondere Aufmerksamkeit widmete Martin Steinmann über viele Jahre hinweg der Frage des kollektiven Wohnungsbaus, sowohl in seiner Lehre, wie er sie ab 1987 an der EPFL in Lausanne über nahezu zwanzig Jahre ausübte, als auch stets wiederkehrend in seinen Schriften. Im Zentrum stand für ihn die Frage nach den Gestaltungsmöglichkeiten des menschlichen Habitats, sowie jene nach der räumlichen Wahrnehmung desselben, weswegen der Stimmungsbegriff auch hier immer wieder an zentraler Stelle in Erscheinung tritt. Arnheim und der Stimmungsbegriff sollten dementsprechend ein beständiger Begleiter Steinmanns bleiben, der bis zuletzt über die Bedeutung der Stimmung in der Schweizer Architektur reflektierte („Stimmung“, in: Matières, Nr. 16, 2020, S. 58-73; BCMA P 125).

Martin Steinmann kuratierte nicht selten epochale Überblicksausstellungen, wie zum Beispiel 2001 zusammen mit seinen Lausanner Kollegen Jacques Lucan und Bruno Marchand Matière d’art: Architecture contemporaine en Suisse (Basel, 2001; AAM 720.036.2(494) Mati), oder verfasste aber auch lang überfällige Monographien, wie jene, die er seinem Freund Roger Diener widmete (Martin Steinmann, Bruno Marchand und Alexandre Aviolat, Diener & Diener Architekten: Wohnungsbau, Zürich, 2020; AAM 720.030 DIEN 7). Zusammen mit Roger Diener entwarf er in den Jahren 2007 bis 2015 den beeindruckenden Erweiterungsbau des Aarauer Stadtmuseums, jener Stadt also, der er sich besonders verbunden fühlte und in der er nunmehr seinen letzten Frieden gefunden hat.

[Alle erwähnten Titel sind in der Biblioteca der Accademia di architettura in Mendrisio unter den angegebenen Signaturen konsultierbar].

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