Gli 'Uber files' e l'integrità della ricerca scientifica

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Servizio comunicazione istituzionale

21 Luglio 2022

Un’ampia inchiesta giornalistica, condotta dal quotidiano britannico Guardian insieme al Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi, ha messo in luce le aggressive pratiche di lobbying condotte tra il 2013 e il 2017 da Uber, il servizio di noleggio di auto con autista che, stando ai documenti resi pubblici, ha violato la legge, ingannato le autorità di vigilanza e approfittato degli atti di violenza contro i propri autisti per far pressione su politici e opinione pubblica. All’epoca l’azienda era guidata dal suo cofondatore Travis Kalanick, costretto alle dimissioni nel 2017 in seguito a una serie di scandali. Dai 124mila documenti interni all’azienda e divulgati da Mark MacGann, ex responsabile per il lobbying per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, emerge anche il coinvolgimento di alcuni accademici, finanziati per condurre ricerche poi utilizzate per rafforzare la percezione positiva verso l’azienda.

Secondo quanto riporta il Guardian, Uber avrebbe ad esempio pagato 100mila dollari due accademici francesi per realizzare una ricerca sugli effetti dell’azienda sull’economia; la ricerca è stata poi ripresa da importanti testate, evidenziando i benefici del “modello Uber” in un momento in cui in Francia si discuteva di introdurre nuove norme sull’attività di Uber. I due ricercatori hanno dichiarato al Guardian di aver agito in maniera trasparente, dichiarando la collaborazione con Uber. Casi simili si sono verificati anche in Germania e negli Stati Uniti.

L’utilizzo strumentale di think tank e ricerche scientifiche a fini di pubbliche relazioni è una pratica in uso da decenni: per un’azienda in difficoltà raccogliere argomenti in propria difesa da parte di un ente apparentemente neutrale e oggettivo può infatti essere molto utile. Gli enti di ricerca che collaborano con privati, ricevendo finanziamenti o ottenendo l’accesso a dati non pubblicamente disponibili, hanno adottato varie misure per garantire la qualità e l’indipendenza del proprio lavoro e casi come quello di Uber, almeno per le istituzioni più serie, sono un’eccezione. Il rischio per il mondo accademico è infatti grande, come spiega Patrick Gagliardini, Professore ordinario di econometria alla Facoltà di scienze economiche dell’USI e Prorettore per la ricerca.

Professor Gagliardini, quali possono essere le conseguenze per le università di comportamenti simili?

In generale, comportamenti che ledono le buone pratiche scientifiche possono portare a crisi reputazionali e alla perdita di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica e del resto del mondo accademico. La credibilità della ricerca scientifica si basa sull’indipendenza da condizionamenti esterni.

La collaborazione con i privati è tuttavia preziosa: come fare in modo che sia virtuosa?

È fondamentale inquadrare le collaborazioni tramite accordi chiari che descrivano i rispettivi campi di responsabilità e prestino attenzione ad aspetti come la libertà scientifica. Un altro obiettivo molto importante è evitare per quanto possibile eventuali vincoli alla pubblicazione dei risultati, ed escludere ostacoli nella carriera dei giovani ricercatori e ricercatrici.

Nel settore accademico svizzero quanto è diffusa la consapevolezza verso queste pratiche scorrette?

Ritengo che in generale il mondo accademico svizzero abbia un notevole interesse a evitare pratiche scorrette nella ricerca, nella misura in cui il capitale reputazionale delle istituzioni universitarie svizzere è molto elevato.

Quali strumenti ha l’USI per garantire l’integrità della ricerca? Sono sufficienti o si può fare di meglio?

Come in ogni campo, è sempre possibile fare di più e meglio. Tuttavia, molto è già stato previsto dall’USI, partendo innanzitutto dai regolamenti che dispongono di evitare, nello svolgimento delle proprie attività di ricerca, l’insorgere di ogni conflitto di interesse. Nella pratica le professoresse e i professori dell’USI devono attestare annualmente al Rettorato ogni attività suscettibile di generare, anche solo potenzialmente, conflitti di interesse con le attività svolte in seno all’USI. L’USI dispone inoltre di un Comitato etico che si esprime su questioni etiche legate anche ai progetti di ricerca, e di un Servizio ricerca e trasferimento del sapere che controlla e regola i contratti con le aziende, i temi della proprietà intellettuale e le donazioni delle fondazioni.

A livello più generale abbiamo elaborato una Charta che riporta alcuni principi fondanti tra cui “la libertà di creare e la responsabilità dell’agire”. L’USI ha aderito a varie iniziative nazionali e internazionali volte a promuovere le pratiche corrette nella ricerca in diversi settori, come quello della replicabilità dei risultati, oppure quello della ricerca con sperimentazione animale. Recentemente, in seno al Senato accademico e alla Commissione di ricerca, è stato promosso un dibattito che affronta in generale il tema dell’etica e dell’integrità scientifica, con lo scopo di promuovere delle attività di sensibilizzazione rivolte ai ricercatori e alle ricercatrici, e che potrebbe portare all’elaborazione di un documento interno sull’etica della ricerca. Ovviamente, oltre alle iniziative quadro istituzionali, sono la sensibilità e l’attenzione delle singole ricercatrici e dei singoli ricercatori che possono fare la differenza: per questa ragione, oltre a regolamenti e attestazioni, l’USI ha deciso promuovere anche la discussione sull’importanza dell’integrità accademica, favorendo una cultura nella quale chi fa ricerca è sensibilizzato ai rischi di potenziale strumentalizzazione.

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