Degli 'autoanticorpi buoni' potrebbero aiutare contro il long Covid

I primi co-autori dello studio: Valentina Cecchinato e Jonathan Muri, postdottorandi all’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB, affiliato all’Università della Svizzera italiana)
I primi co-autori dello studio: Valentina Cecchinato e Jonathan Muri, postdottorandi all’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB, affiliato all’Università della Svizzera italiana)
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Servizio comunicazione istituzionale

9 Marzo 2023

Nella malattia Covid-19, gli anticorpi contro il coronavirus proteggono, mentre quelli che attaccano noi stessi (gli autoanticorpi, appunto) sono nocivi. Inaspettatamente, si è ora scoperta una nuova classe di ‘autoanticorpi buoni’, associati a un decorso favorevole e a un minor rischio di long-Covid.

Talvolta in laboratorio si ottengono risultati inaspettati: “In precedenza si era osservato che gli autoanticorpi sono frequenti in malati Covid gravi, quelli che finiscono in cure intense”, dice Jonathan Muri, postdottorando all’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB, affiliato all’USI) e coautore dello studio. “Invece in questo caso abbiamo scoperto l’opposto”.

Gli autoanticorpi in questione neutralizzano le chemochine, molecole che dirigono il traffico delle cellule immunitarie. “Le chemochine sono un po’ come i semafori: dicono alle nostre cellule immunitarie quando e dove andare nel caso di un’infezione per combatterla”, aggiunge Valentina Cecchinato, postdottoranda IRB e coautrice dello studio. “In presenza degli autoanticorpi, i semafori si bloccano e l’afflusso delle cellule che rendono cronica l’infiammazione diminuisce”. Insomma, si contribuisce a spegnere la risposta infiammatoria.
Inizialmente increduli, i ricercatori hanno analizzato sangue di pazienti convalescenti da Covid-19 provenienti anche da due altri ospedali, con lo stesso esito. Ma com’è possibile che bloccare la risposta immunitaria sia d’aiuto nel Covid? “Il sistema immunitario in certi casi è un’arma a doppio taglio”, dice Mariagrazia Uguccioni, co-direttrice dello studio e vice-direttore IRB, “è importante attivarlo prontamente per neutralizzare il coronavirus, ma va anche spento al momento giusto, altrimenti può fare danni”. Infatti a portare i pazienti in ospedale è solitamente l’eccessiva infiammazione indotta dall’infezione. Quindi gli autoanticorpi contro le chemochine potrebbero avere un effetto anti-infiammatorio benefico. “Il lavoro da svolgere è ancora molto”, aggiunge Davide Robbiani, co-direttore dello studio e direttore dell’IRB, “per ora si può dire che la presenza di questi ‘autoanticorpi buoni’ è associata a un decorso più leggero e a un rischio minore che i sintomi continuino a lungo”, come si osserva in numerosi pazienti che purtroppo continuano ad avere disturbi per settimane o anche mesi anche dopo aver neutralizzato il virus che causa Covid-19.

Lo studio, appena pubblicato sulla rivista Nature Immunology, è stato condotto da ricercatori dell'IRB (Bellinzona, Svizzera) e realizzato in collaborazione con colleghi dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e Humanitas University di Milano, delle Università di Zurigo e Berna, del Gruppo Ospedaliero Moncucco, dell’Ente Ospedaliero Cantonale e di atenei negli Stati Uniti, Regno Unito e Italia.

Il lavoro è stato sostenuto da sovvenzioni competitive provenienti dal Fondo nazionale svizzero di ricerca, dalla Comunità europea Horizon 2020, dalla NIH americana e da donazioni.

 

Nell'immagine: durante l’infezione, le chemochine attirano nei polmoni cellule del sistema immunitario che neutralizzano il virus e distruggono le cellule infettate. Sopra: Un’attivazione eccessiva del sistema immunitario (rosso scuro) può essere un’arma a doppio taglio, che porta a danni importanti associati con Covid grave. Sotto: la presenza di ‘autoanticorpi buoni’ che assorbono le chemochine riduce l’attivazione eccessiva del sistema immunitario portando a un decorso lieve della malattia.

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