Interrogativi aperti e nuove prassi: cos'ha lasciato il COVID-19 al settore sanitario?
Servizio comunicazione istituzionale
12 marzo 2025
A cinque anni di distanza, quali effetti ha avuto la pandemia di COVID-19 sul sistema sanitario? Quali sono gli interrogativi e le ricerche ancora aperti? Il Prof. Enos Bernasconi, Professore ordinario presso la Facoltà di scienze biomediche dell'Università della Svizzera italiana (USI), il Prof. Davide Robbiani, Professore ordinario presso la Facoltà di scienze biomediche dell'USI e Direttore dell'Istituto di ricerca in biomedicina (IRB), e il Prof. Emiliano Albanese, Professore ordinario presso la Facoltà di scienze biomediche dell'USI, ne hanno parlato in due servizi del Quotidiano (RSI).
Durante la pandemia sono state adottate numerose misure volte a garantire una protezione personale, come ad esempio indossare la mascherina, starnutire nella piega del gomito, o disinfettarsi frequentemente le mani. Una volta terminata l'emergenza sanitaria, queste abitudini sembrano essere state, almeno parzialmente dimenticate, come spiegato dal Professor Enos Bernasconi: "Abbiamo osservato come tutte le misure di protezione applicate in modo molto coscienzioso durante il COVID-19 sono un po' state messe da parte. Ora ci sentiamo più sicuri, pertanto ci atteniamo un po' meno a queste disposizioni. Negli ospedali ci sono frequenti monitoraggi su come vengono utilizzate le misure di protezione, come l'alcool per disinfettare le mani oppure le mascherine, pertanto sono fiducioso del fatto che non si verificherà un abbandono completo. Lo temo di più da parte della popolazione generale, che - esasperata dalle norme - potrebbe ora tendere a dimenticarle".
Il virus del COVID-19 rappresenta tutt'oggi un interessante oggetto di studio per i ricercatori, come illustrato dal Professor Davide Robbiani: "Uno degli interrogativi aperti riguarda come mai, ancora oggi, alcuni pazienti si ammalino e abbiano un decorso blando, mentre altri, purtroppo, tutt'ora finiscono in ospedale. Un altro grande interrogativo concerne il Long Covid, che si verifica quando una persona, in seguito alla malattia, manifesta sintomi protratti per settimane o addirittura mesi".
Proprio il Long Covid è una delle aree di studio dell'IRB, che alla ricerca sul COVID-19 si dedica dal 2020. "Abbiamo in corso uno studio in collaborazione con la Clinica Moncucco. Stiamo inoltre svolgendo altri studi più traslazionali: uno dei problemi del COVID-19 è la sua continua evoluzione, che porta all'insorgenza di continue varianti, le quali mettono fuori gioco alcuni dei trattamenti precedentemente scoperti. Noi stiamo lavorando ad alcune immunoterapie che siano resilienti all'evoluzione del virus" ha spiegato il Direttore dell'IRB.
I ricercatori stanno inoltre lavorando a livello internazionale, a un vaccino efficace contro il numero maggiore possibile di varianti di coronavirus che possono causare una polmonite severa come il COVID-19. Si tratta di una ricerca resa particolarmente difficile a causa delle continue mutazioni del virus, che ha però permesso lo sviluppo di una nuova tecnologia, come illustrato dal Professor Bernasconi: "La tecnologia mRNA potrebbe aiutarci nello sviluppo di un vaccino universale per l'influenza, ancora prima che per il COVID-19. Inoltre, sempre di più, potrà essere utilizzata in ambito oncologico. La possibilità di utilizzare questa tecnologia nel vaccino per il COVID-19 ha dunque aiutato non solo nella prevenzione della patologia, ma ha anche dato una spinta a un'innovazione medica applicabile anche in altri settori".
Il tema dei vaccini ha senza dubbio rappresentato una controversia, in quanto non poche persone si sono dimostrate restie alla vaccinazione, spesso temendone gli effetti collaterali. Come spiegato dal Professor Emiliano Albanese, i vaccini devono rispettare esigenti standard di qualità: "Uno degli aspetti degli standard altissimi della sicurezza vaccinale è legato al fatto che si rivolgono a un elevato numero di persone in un tempo di solito contratto, e che le persone coinvolte sono sane. Pertanto il numero di effetti collaterali che ci si può permettere è minore rispetto ai farmaci, per i quali si è disposti a pagare un prezzo più alto in cambio del beneficio apportato". Il Professore dell'USI ha successivamente spiegato come, in parte, la diffidenza nei confronti dei vaccini sia legata all'aumento dell'utilizzo dei social come mezzo di informazione: "L'infodemia, come è stata chiamata, è la chiave per capire la grande sfiducia nei confronti delle autorità e di chi ha preso delle decisioni nell'interesse collettivo durante la pandemia".
Oltre allo sviluppo di innovazioni in ambito terapeutico, la pandemia di COVID-19 ha fornito agli esperti spunti di riflessione sulla gestione di eventi di crisi del genere. "Ci si era dimenticati che le pandemie ritornano e arrivano, pertanto eravamo tutti molto stupiti dall'arrivo del COVID-19; in realtà la ciclicità dei fenomeni pandemici è assolutamente nota. La revisione del piano pandemico è una revisione che deve imparare dalla lezione avuta dal COVID-19, senza però legarsi troppo agli avvenimenti recenti. Il piano pandemico futuro deve infatti essere flessibile e adattabile alla prossima pandemia" ha spiegato il Professor Albanese.
La pandemia, come ricordato dal Professor Albanese, ha inoltre mostrato la necessità di trovare strategie di condivisione delle informazioni efficace: "Si è presentata l'esigenza di condividere i dati in maniera non soltanto rapida, ma anche molto affidabile, garantendo tutti gli standard della privacy, ma allo stesso tempo permettendo la fruizione a tutti coloro i quali necessitavano di avervi accesso per poterli elaborare".
Ancora, il periodo pandemico ha sensibilizzato maggiormente l'opinione pubblica sull'importanza di prestare sufficiente attenzione alla salute mentale: "Investire sulla salute mentale significa investire in una società più florida. Tutti, in tutti i momenti, abbiamo bisogno di salute mentale, si tratta però di un bisogno che si esprime attraverso una partecipazione attiva: si è teso a deresponsabilizzare le persone, mentre dovrebbe essere una responsabilità personale e quotidiana" ha affermato il Professor Albanese.