Come orientare il transfer, la via Svizzera. Intervista ad Andrea Foglia

0f6991dc3626a0a923f985152436091b.jpg

Servizio comunicazione istituzionale

22 settembre 2025

Andrea Foglia è responsabile di USI Transfer, il servizio di trasferimento tecnologico dell'Università responsabile di promuove l'innovazione e il trasferimento della conoscenza e delle tecnologie dal mondo accademico all'industria, a beneficio della società.

Andrea Foglia, quali sono gli aspetti ai quali un servizio che si occupa di Transfer deve prestare particolare attenzione per impostare un trasferimento efficace?

Un transfer efficace parte da un ascolto attento. Bisogna saper cogliere le potenzialità di un’idea e della ricerca e capire come valorizzarla al meglio fuori dall’università. Da lì inizia un percorso che coinvolge tanti aspetti: la protezione della proprietà intellettuale, i contratti, il funding, la relazione con le imprese. Ma soprattutto, è un lavoro di squadra. In USI collaboriamo strettamente con altri servizi chiave: ad esempio, per la creazione di spin-off ci interfacciamo con l’USI Startup Centre, che accompagna i progetti imprenditoriali nella fase di incubazione. Per l’accesso a finanziamenti competitivi, come quelli di Innosuisse, lavoriamo a stretto contatto con il Servizio ricerca, anche con il Servizio legale e compliance siamo in stretto contatto. Non meno importante, siamo in costante dialogo con l’esterno, in particolare con il Cantone (DFE), la Fondazione AGIRE e lo Switzerland Innovation Park Ticino, con cui costruiamo ponti tra università, aziende e territorio.

Quali sono le peculiarità del transfer in Svizzera rispetto ad altri Paesi?

In Svizzera il trasferimento tecnologico ha una forte impronta pubblica e istituzionale. C’è una cultura del “fare bene” più che del “fare cassa”. In altre parole, si privilegia l’impatto sociale della ricerca piuttosto che il ritorno finanziario diretto. Questo approccio “impact over income” ci differenzia da modelli più orientati al profitto, come quello di molte università private negli Stati Uniti. Un’altra peculiarità svizzera è la rete: i TTO (Technology Transfer Office) delle varie università collaborano attivamente tra loro e con partner nazionali. Inoltre, strumenti come Innosuisse e il Fondo nazionale svizzero forniscono un solido supporto per portare l’innovazione sul mercato.

E quelle del transfer all’USI?

All’USI il transfer è fortemente orientato alla personalizzazione e all’interdisciplinarità. Ogni progetto nasce da un contesto diverso, con esigenze specifiche, e il nostro compito è costruire un percorso su misura, che tenga conto non solo del contenuto scientifico, ma anche delle sue possibili applicazioni. La varietà delle competenze presenti in USI, dalle scienze informatiche e tecniche a quelle umane, sociali, biomediche e culturali, ci permette di valorizzare non solo le tecnologie, ma anche approcci, metodi e modelli con un impatto sociale o organizzativo. Inoltre, siamo ben radicati nel territorio, queste sinergie ci permettono di creare connessioni reali tra ricerca e mondo economico, contribuendo allo sviluppo locale in modo concreto.

In che modo la tua formazione universitaria e professionale precedente ti hanno avvicinato a questo settore, e come ti aiutano nel tuo lavoro quotidiano?

Il mio percorso formativo è stato piuttosto trasversale, e questo si riflette molto nel mio lavoro attuale. Ho avuto modo di approfondire aspetti scientifici, legali e gestionali, tutte competenze che oggi si intrecciano nel transfer. Prima di arrivare all’USI ho lavorato sia in ambito aziendale che pubblico, ma sempre in contesti legati al mondo dell’innovazione. Nel lavoro quotidiano serve essere un po’ facilitatori, un po’ traduttori, un po’ “problem solver”. Ogni giorno ci troviamo a mettere insieme persone e competenze diverse per trasformare le idee e competenze in qualcosa di concreto e utile. È una sfida continua, ma anche una delle parti più belle di questo mestiere.

Rubriche