Fiammetta Borsellino: "Le mafie hanno cambiato volto, ma non per questo sono meno pericolose"

62265c2fe37841dae597b935f9bc1d7b.jpg
82c15ff9608f912bd5d0370075863f0f.jpg
4e946ad1c0aeaa4a61b791c1eeb983f9.jpg
a22c8159be0e3a8bb4032f6e68e01a90.jpg
cdc6d0fd4262edfc3a5bcd948eeeb939.jpg
15c0046d5f470f0b7eab577f57dc3246.jpg
6fd0bfca20f1840d78edd7a45297af85.jpg

Servizio comunicazione istituzionale

15 dicembre 2025

Fragile, e al tempo stesso fondamentale. La memoria, al cospetto del tempo, può scoprirsi vulnerabile. Per evitare che si incrini, o peggio ancora che si perda, ha bisogno di essere sostenuta da voci, volti e immagini che la mantengano viva. Testimonianze dirette, come quella recentemente portata all’USI da Fiammetta Borsellino, figlia del compianto magistrato Paolo Borsellino, in un evento riservato a diverse classi delle scuole medie e delle scuole medie superiori ticinesi. Per una mattina, presso l’Aula magna del Campus Ovest di Lugano, le allieve e gli allievi provenienti da svariati istituti del nostro cantone hanno goduto di un prezioso ponte verso un passato che le giovani generazioni - le loro - non hanno potuto conoscere, ma dal quale possono imparare.

L’incontro, arricchito dalla proiezione del docu-film "Falcone e Borsellino – Il fuoco della memoria” e dagli interventi di Costantino Visconti (Professore ordinario di Diritto penale presso l'Università di Palermo), è stato promosso e coordinato dall’Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata (O-TiCO) dell'USI e dalla sua Responsabile accademica Annamaria Astrologo. Inserito nell’ambito del terzo mandato, aveva come intento la condivisione della conoscenza con il territorio e la collettività, nel caso specifico le classi delle scuole medie e le scuole medie superiori coinvolte.

A margine dell’evento ci siamo intrattenuti con Fiammetta Borsellino, realizzando un’intervista che vi proponiamo qui di seguito.

Signora Borsellino, qualche decina di anni fa, lo abbiamo visto anche nel docu-film “Falcone e Borsellino – Il fuoco della memoria, le azioni della mafia erano più plateali. Gli attentati a suo padre e a Giovanni Falcone hanno tristemente segnato un’epoca e più generazioni. Oggi l’incedere delle organizzazioni mafiose è forse più subdolo, meno appariscente. Questo, secondo lei, indebolisce la posizione di chi si prodiga a risvegliare nella popolazione - specie tra i più giovani, che non hanno vissuto determinati eventi - un senso di responsabilità e dovere verso il fenomeno?

“Il fatto che non vi siano più azioni delittuose di questa gravità è sicuramente un bene. Allo stesso tempo, è fondamentale che l’attenzione della popolazione venga rivolta al fatto che oggi le mafie si muovono in maniera diversa. Le organizzazioni cercano infatti alleanze, rapporti di corruzione e di complicità, pilotano appalti, cercano di veicolare il denaro pubblico - soprattutto a favore dei propri interessi – e tanto altro ancora. Le mafie, in poche parole, hanno cambiato volto, ma non per questo sono diventate meno pericolose. Il traffico di stupefacenti rimane purtroppo sempre all'apice dei loro business, quel traffico che ogni giorno provoca tantissimi morti, soprattutto tra i più giovani. Anche quelle sono vittime di mafia, non soltanto i magistrati. Bisogna tenere alto il livello di attenzione, il livello di guardia. Anche perché non è da escludere che in futuro le organizzazioni decidano di ritornare a implementare strategie più violente”.

Ha menzionato l’attenzione della popolazione, che attualmente – tuttavia – è sempre più indirizzata verso un possibile sentimento di indifferenza e normalizzazione dell’ingiustizia, generato dalla costante esposizione a immagini di guerra, lotte sociali, crisi, ecc. È qualcosa che personalmente avverte, quando si confronta con il pubblico?

“Purtroppo sì. Uno dei principali problemi che viviamo oggi è il fatto che la violenza è ormai insita nelle immagini quotidiane, nei giochi dei più giovani, in quella cronaca che troppe volte dà risalto a circostanze cruente e meno agli esempi positivi. Così si rischia di alimentare una sorta di abitudine, di indifferenza, quando invece ci si dovrebbe nutrire di bellezza. A mio avviso bisognerebbe addirittura vietare l'uso continuo di immagini, giochi e anche linguaggi violenti, perché la violenza può partire già dalle parole e sfociare in conseguenze devastanti, anche tra i più giovani, come il suicidio. Non è un caso, a mio avviso, se una delle principali piaghe di questa epoca è il cyberbullismo”.

In questo contesto, e tornando però alla criminalità organizzata, che ruolo rivestono secondo lei i giovani e giovani adulti di oggi - come quelli a cui ha parlato all’USI - nella lotta sia alla mafia, sia alla cultura mafiosa?

“A mio avviso i ragazzi di oggi, rispetto alle generazioni precedenti, hanno più strumenti per combattere, per dare anche un respiro particolare al lavoro che fanno e faranno. E questo pure grazie agli esempi di cui si nutrono, che non sono solo cantanti o attori, bensì – fortunatamente – anche figure come magistrati, militanti e persone che hanno donato la loro vita per lo Stato. Sono esempi positivi, dicevo, di cui i giovani di oggi si appropriano per fare loro quelle esperienze di vita che non hanno toccato con mano in prima persona. In una recente indagine, Rai Radio 2 ha chiesto a diverse persone chi avrebbero voluto incontrare, potendo trascorrere qualche minuto con un personaggio famoso. In molti, anche tra i più giovani, hanno menzionato mio padre e Giovanni Falcone, al pari di altri personaggi che hanno fatto la storia come Nelson Mandela. È un esito che, a mio avviso, deve far riflettere in positivo”.

E le università come l’USI, che nel 2021 ha peraltro fondato il già citato Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata (O-TiCO), che ruolo rivestono?

“Rappresentano delle piattaforme fondamentali e privilegiate, che permettono di creare delle connessioni dirette con i giovani, che saranno gli adulti di domani. A mio avviso è importantissimo aiutarli a formare una consapevolezza, che può essere stimolata attraverso svariati strumenti. Tra questi, ovviamente, anche le testimonianze dirette di chi determinate situazioni le ha vissute. Trovo che sia un’esperienza molto forte e d’impatto, perché i ragazzi hanno la possibilità di confrontarsi non con le pagine scritte di un libro, bensì con le emozioni e i sentimenti di chi ha vissuto la storia in prima persona. Questo, tuttavia, rappresenta uno dei tasselli di una formazione che – ne sono persuasa – deve svilupparsi a 360 gradi, passando anche dai già citati libri, i film, i documentari, il teatro, la musica e tanto altro”.

In Svizzera e nel Canton Ticino si è consci, perché vi sono state numerose evidenze nel corso degli anni, che la mafia è presente e attiva sul territorio. Il sentimento generale, tuttavia, è che la “vera mafia” – se mi concede il termine – è e rimane lontana, almeno un migliaio di chilometri più a sud. Ma è davvero così?

“Molte di queste convinzioni costituiscono una via più semplice per eliminare i problemi, per nasconderli sotto il tappeto. Problemi peraltro molto complessi, che sì, trovano terreno fertile anche in questi territori, dove le mafie spesso spingono ed espandono i loro interessi perché attirate dal fatto di agire in regioni economicamente più prospere. Luoghi come il Canton Ticino o il nord Italia fanno gola per la possibilità di veicolare, ripulire e riciclare il denaro illecitamente accumulato”.

Rubriche