Didattica, territorio e visioni per il futuro dell'abitare alpino
Servizio comunicazione istituzionale
2 marzo 2026
Le valli laterali del Canton Ticino diventano un grande laboratorio di idee, dove didattica e territorio si incontrano attraverso numerosi progetti di architettura per esplorarne le potenzialità. È questo l’obiettivo dell’atelier di diploma 2026 dell’Accademia di architettura dell’USI (“Ticino, sguardi laterali: una riflessione su 16 valli trasversali per una visione unitaria del territorio Ticino”), che coinvolge circa 130 studenti e 16 professori, ciascuno chiamato a lavorare su una valle specifica, trasformando un esercizio accademico in un potente strumento di lettura e interpretazione del paesaggio contemporaneo. E, forse, di opportunità future. Se ne è discusso in un approfondimento realizzato in collaborazione con laRegione, che vi proponiamo qui di seguito.
"Il diploma è un momento di didattica, non di ricerca scientifica", sottolinea il professore Martino Pedrozzi, il Direttore dell’atelier, "ma è anche attraverso il progetto che si studiano e si capiscono le potenzialità di un territorio". La concentrazione di oltre un centinaio di progetti su un’area limitata, sviluppati in pochi mesi, genera infatti un patrimonio di idee che va oltre la formazione dello studente, diventando stimolo per il dibattito pubblico e per la circolazione di visioni alternative. Dopo quelli del 2008 (AlpTransit), 2014 (Città Ticino) e 2020 (Chiasso-Ponte Chiasso. Integrazione), quello di quest’anno è il quarto lavoro di diploma che l’Accademia dedica al nostro cantone. Tuttavia a differenza dei primi tre, che si erano interessati al fondovalle, quello di quest’anno, integrando le valli laterali consentirà di lavorare sullo spazio ticinese nella sua interezza. E complessità.
Cosa si intende per "valli laterali"
Nel quadro proposto dall’atelier il concetto di “valli laterali” assume un significato preciso: non valli marginali o isolate, ma territori che si sviluppano al di fuori degli assi ferroviari principali. "Normalmente non sono considerate valli laterali", ci spiega Pedrozzi, "ma lo diventano se le leggiamo in relazione alle valli lungo cui passa la ferrovia". Rientrano così nello studio la Valle di Blenio, la Verzasca, la Maggia, la Morobbia, la Capriasca, la Valle del Cassarate, la Valle della Tresa e molte altre, tutte accomunate da un requisito fondamentale: essere abitate e in parte urbanizzate. "Non sono valli discoste, percorribili solo a piedi. Sono valli vissute", precisa Pedrozzi.
Sedici valli, sedici approcci
A ciascuna regione è stato assegnato un professore specifico, sulla base delle competenze e degli interessi disciplinari. Il quadro generale è comune, ma l’approccio progettuale resta libero. "Ogni docente, definito questo quadro, è libero di sviluppare un programma come meglio crede". I progetti spaziano dalla scala architettonica puntuale – come la progettazione di edifici pubblici o residenze collettive – fino a interventi territoriali complessi, legati alla mobilità, al paesaggio o all’organizzazione infrastrutturale. "All’interno dello stesso atelier – racconta – può esserci sia il progetto architettonico, sia quello di organizzazione del territorio". Questa pluralità di scale e di temi riflette la complessità stessa delle valli alpine, che non possono essere ridotte a un’unica narrazione.
Possibili temi trasversali
Tuttavia, anche se ogni valle presenta caratteristiche proprie legate alla sua morfologia, alla sua storia e ai suoi diversi problemi e processi economici – nonché culturali – che nel tempo ne hanno plasmato l’identità, è altresì vero che è possibile individuare alcuni temi comuni, o quantomeno trasversali. I quali possono offrire una base di riflessione unitaria all’intero corso di diploma. Tra i temi “caldi”, vi sono lo spopolamento (è possibile indagare strategie di contrasto?), i cambiamenti climatici, i rischi idrogeologici – dei cui possibili disastrosi effetti abbiamo avuto un recente esempio proprio nelle nostre valli – la viabilità e le connessioni per superare l’isolamento. Ma anche la valorizzazione del patrimonio costruito e di quello paesaggistico, magari abbandonato, o il potenziamento del turismo sostenibile e dei servizi di prossimità, in modo da aumentare la qualità di vita degli abitanti, o lo sfruttamento delle risorse locali. E altro ancora (energia, transizione ecologica, riorganizzazione amministrativa…).
Tra concretezza e visioni "fuori dagli schemi"
In questo contesto alcuni atelier hanno scelto un approccio fortemente ancorato alla realtà amministrativa e alla politica locale, lavorando a stretto contatto con sindaci ed enti di sviluppo regionale. Altri hanno invece esplorato scenari più concettuali, un po’ più estrosi, un po’ fuori dai consueti schemi. Nonostante il fatto che, come chiarisce il relatore, "'estroso' sia una parola rischiosa, che può far pensare a qualcosa di inutile o non ancorato alla realtà", cosa che evidentemente non è il caso. L’obiettivo non è infatti l’astrazione fine a sé stessa, bensì la capacità di produrre idee laterali, capaci di aprire nuove possibilità. Un esempio emblematico è il progetto su cui si sta lavorando per la Valle Onsernone, dove si sta ipotizzando una rete di spazi per una biennale d’arte diffusa lungo la valle. "È fuori dagli schemi, ma non troppo", osserva Pedrozzi, ricordando come iniziative simili esistano già in altri contesti europei.
Il valore dello sguardo esterno
Uno degli elementi di maggiore ricchezza dell’esperienza è la forte internazionalità del corpo studentesco. "Gli studenti vengono da realtà molto diverse, non solo per origine, ma anche per formazione", spiega il professore. Molti arrivano al master dopo un bachelor svolto in altre scuole, portando con sé approcci e sensibilità differenti. Questo “sguardo da fuori” consente di offrire letture inedite di un territorio spesso dato per scontato. Non si tratta di proporre soluzioni immediatamente realizzabili, ma di rimettere in discussione le categorie consolidate. Per preparare professori e studenti, in autunno è stato organizzato un viaggio di studio "per mostrare come il territorio ticinese, che nel giro di pochissimi chilometri passa dal clima subtropicale delle isole di Brissago alle vette alpine, sia speciale". In più è stata donata a ogni professore una copia de “Il fondo del sacco”, di Plinio Martini. Nel corso dell’anno sono invece stati programmati tre appuntamenti, che scandiranno l’attività di progettazione: un seminario a febbraio e le critiche intermedie e finali a marzo e giugno. A queste ultime, giusto a rimarcare l’internazionalità del corso, parteciperanno l’architetto brasiliano Angelo Bucci e la sua collega messicana, nonché ex allieva dell’Accademia, Loreta Castro Reguera.
Paesaggio, responsabilità e sostenibilità
Progettare nelle valli implica una responsabilità particolare. "Se in città il soggetto è la città", afferma Pedrozzi, "nelle valli il soggetto diventa subito l’intervento nel paesaggio". L’inserimento architettonico assume quindi un peso maggiore, soprattutto quando si tratta di funzioni pubbliche. A questo si aggiunge il tema, ormai centrale, della sostenibilità. "È un tema trasversale che riguarda tutte le discipline e anche il vivere quotidiano", sottolinea, ricordando come fino a pochi anni fa fosse considerato marginale. Oggi, invece, è un presupposto imprescindibile, soprattutto in territori sensibili dal punto di vista ambientale e idrogeologico.
Potenzialità e rischi delle valli ticinesi
Le valli laterali non sono solo luoghi di fragilità, ma anche di grandi opportunità. "Le potenzialità sono enormi", sostiene il professore citando la qualità paesaggistica, le risorse naturali – acqua, pietra, legname – e le nuove possibilità offerte dalla mobilità e dal lavoro da remoto. Tuttavia, non mancano i rischi. Pedrozzi mette particolarmente in guardia contro la realizzazione di interventi sproporzionati o scollegati dai bisogni reali degli abitanti: "Le cattedrali nel deserto nascono quando si costruisce qualcosa che non corrisponde a una necessità della collettività". Tuttavia, aggiunge un po’ provocatoriamente, "la grande scala non deve spaventare: anche una piccola cappella, se non funziona, può diventare inutile".
Un grande brainstorming collettivo
Alla fine il senso profondo dell’atelier di diploma sta proprio nella sua natura sperimentale. "Va visto come un gigantesco brainstorming", ci spiega. Non un piano operativo, ma un serbatoio di idee, visioni e domande aperte. I risultati saranno mostrati in una grande esposizione pubblica, pensata per coinvolgere l’intero cantone e, in particolare, le comunità delle sedici valli studiate. Un’occasione per restituire al territorio ciò che il territorio stesso ha offerto: materia viva per pensare il futuro.
Contenuto prodotto e pubblicato in collaborazione con laRegione.