Spessore corticale, schizofrenia e causalità in psichiatria: quando la traccia viene scambiata per la causa

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Servizio comunicazione istituzionale

25 marzo 2026

Un commento pubblicato su Nature Mental Health dal Prof. Andrea Raballo, Professore ordinario di Psichiatria e direttore del REMEDI Lab all'USI, insieme a Michele Poletti (IRCCS-AUSL Reggio Emilia) e Antonio Preti (Università di Torino) sfida un'idea diffusa nella neuroscienze: che alcune caratteristiche cerebrali “determinino” o, al contrario, "proteggano" dalla schizofrenia.

La realtà, sostengono gli autori, è molto più complessa, e questa complessità ha conseguenze dirette su come comprendiamo, e raccontiamo, la malattia mentale.

Il problema con la causalità in psichiatria

Negli ultimi anni, studi genetici su larga scala hanno prodotto risultati affascinanti: alcune caratteristiche del cervello sembrano causare disturbi psichiatrici, o al contrario proteggerci da essi. Uno studio recente pubblicato sullo stesso Nature Mental Health ha utilizzato una tecnica avanzata — la Mendelian randomization — per mostrare che uno spessore corticale maggiore riduce il rischio di schizofrenia. I numeri sono solidi. Il metodo è rigoroso. Ma l'interpretazione merita una pausa di riflessione. È questo il punto di partenza del Matters Arising firmato dal Prof. Andrea Raballo, Professore ordinario di Psichiatria e direttore del REMEDI Lab all'USI, insieme a Michele Poletti (IRCCS-AUSL Reggio Emilia) e Antonio Preti (Università di Torino), appena pubblicato su Nature Mental Health.

La schizofrenia non appare: si sviluppa

Il problema centrale è che la schizofrenia non emerge improvvisamente in età adulta come se un interruttore venisse azionato. Si sviluppa nel tempo, spesso nel corso di anni o decenni, attraverso fasi progressive: deviazioni sottili nello sviluppo infantile, alterazioni silenziose della soggettività nell'adolescenza, sintomi sempre più strutturati fino all'esordio clinico. "Lo spessore corticale che misuriamo nel cervello adulto non è l'origine di questo processo. Ne è il sedimento". Trattare quella misura come una causa diretta rischia di congelare in un'istantanea un processo che è invece profondamente dinamico: il cervello non è un sistema fisso, ma il risultato cumulativo di interazioni tra geni, ambiente, relazioni e storia personale, che si prolungano almeno fino alla pubertà e oltre.

Perché questo conta oltre il laboratorio

La questione non è solo tecnica. Quando la scienza comunica che una caratteristica cerebrale "causa" una malattia psichiatrica, trasmette implicitamente un'idea precisa: che il disturbo sia scritto nella biologia della persona, in modo fisso e predeterminato, ancor prima che la persona stessa esista come soggetto. Questa narrazione — anche quando nasce da ricerca rigorosa e ben intenzionata — può alimentare lo stigma. Può influenzare il modo in cui i pazienti interpretano la propria storia, il modo in cui le famiglie attribuiscono significato alla sofferenza, il modo in cui la società concepisce la vulnerabilità psichiatrica. Il contributo dell'USI non nega il valore degli studi genetici e neurobiologici. Al contrario: riconosce la potenza degli strumenti e chiede che siano affiancati da una riflessione sulla qualità concettuale di ciò che misurano. Un modello costruito su un oggetto mal specificato erediterà sempre lo stesso errore, per quanto sofisticato sia il metodo.

Dall'inferenza causale all'inferenza evolutiva

La proposta è di cambiare la domanda. Non solo: "X causa la schizofrenia?" Ma: "Come diventa struttura la vulnerabilità, nel tempo, nella biologia e nell'esperienza vissuta?". Questa prospettiva si colloca al cuore della missione del REMEDI Lab (REthinking MEntal health through Clinical and Data Intelligence) dell'USI: integrare strumenti avanzati di analisi dei dati — modelli predittivi, intelligenza artificiale, linguistica computazionale — con un'intelligenza clinica capace di preservare la complessità del fenomeno psichiatrico. Non basta predire meglio; occorre capire bene cosa si sta modellando.

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