Oltre la medicina di genere: intervista alla Dr.ssa Susanna Grego
Servizio comunicazione istituzionale
16 aprile 2026
Negli ultimi anni il dibattito sulla medicina di genere si è intensificato, ma spesso in modo impreciso. Il rischio, secondo chi se ne occupa da vicino, è quello di ridurre un tema centrale della pratica clinica a una questione culturale o ideologica, perdendo di vista la sua natura profondamente scientifica. Ne parliamo con Susanna Grego, medico specialista in cardiologia e titolare del corso Sex and Gender Conscious Medicine presso la Facoltà di scienze biomediche dell’USI, insieme alla dottoressa Pamela Agazzi, neurologa. Un percorso che nasce con un obiettivo chiaro: non restare un corso a sé, ma diventare parte integrante di ogni insegnamento medico.
Di seguito vi proponiamo l'intervista integrale alla Dr.ssa Susanna Grego, realizzata dal Servizio comunicazione istituzionale dell'USI e pubblicata sulla rivista Ticino Management Donna.
Dottoressa Grego, partiamo dal linguaggio. Perché è così centrale quando si parla di sex and gender medicine?
"Perché siamo in un’università, e il significato delle parole è ciò che permette di comprendere i concetti. Se non capiamo bene i termini che usiamo, non capiremo mai la materia della quale stiamo parlando. Il problema è che l’espressione medicina di genere, così come è stata usata per anni, non ha mai funzionato davvero, finendo per ridurre l’argomento a qualcosa di percepito come femminista o ideologico, quando invece stiamo parlando di biologia, fisiologia e clinica".
Quindi non si tratta di femminismo, ma di medicina?
"Esattamente. Qui non c’entra il femminismo. C’entra la differenza reale che esiste tra maschio e femmina e il modo in cui questa differenza influisce sulle malattie, sui sintomi e sulle terapie. Questo non dovrebbe essere considerato un argomento complementare o 'aggiuntivo': dovrebbe essere la base, la lezione introduttiva di qualsiasi percorso di studi in medicina".
In che senso sesso e genere sono già presenti nella pratica clinica, anche se spesso non ce ne rendiamo conto?
"In modo molto concreto. Quando presentiamo un caso clinico, anche davanti al paziente, diciamo sempre: paziente maschio o paziente femmina. È un’informazione codificata, che compare in tutti i registri ospedalieri. Il problema è che poi, nel ragionamento clinico, questa informazione viene spesso sottovalutata o usata in modo inconsapevole".
Può farci qualche esempio di ambiti in cui queste differenze sono cruciali?
"Praticamente in tutti. Il sistema ormonale influisce in modo diverso su uomini e donne e questo ha conseguenze sul Parkinson, sull’Alzheimer, sull’epilessia, sulle cardiopatie, incluse quelle ischemiche. Pensiamo anche al dolore: per anni si è parlato di dolore 'tipico' e 'atipico'. Oggi si cerca di superare questa distinzione, perché il rischio è che il medico interpreti i sintomi in modo soggettivo invece di oggettivare il quadro clinico con esami adeguati".
Qui entra in gioco anche il genere, inteso come costruzione sociale?
"Sì, ma va chiarito con precisione. Il genere riguarda l’insieme di aspettative, rappresentazioni e ruoli sociali che attribuiamo alle persone, e questo può tradursi, anche in modo inconsapevole, in un pregiudizio clinico. Un esempio frequente è la diagnosi di sindrome ansioso-depressiva, che compare spesso come prima etichetta nelle cartelle cliniche, soprattutto nelle donne. Questa classificazione iniziale può orientare l’intero percorso diagnostico successivo, portando a interpretare i sintomi in chiave prevalentemente psicologica e a ritardare o sottovalutare l’indagine di possibili cause organiche. In questo senso il genere non agisce come fattore biologico, ma come filtro interpretativo che il medico deve saper riconoscere e neutralizzare".
Lei e la dottoressa Pamela Agazzi tenete insieme il corso di Sex and Gender Conscious Medicine all’USI. Come è strutturato?
"La prima parte è un’introduzione storica, che serve a fornire le basi concettuali e terminologiche. È un passaggio necessario proprio perché queste basi, oggi, non sono ancora patrimonio comune della formazione medica. Il corso entra poi nel merito delle differenze biologiche e cliniche tra maschio e femmina, affrontandole in modo trasversale. Con Pamela Agazzi lavoriamo molto sull’idea che questo sapere non dovrebbe restare confinato in un insegnamento dedicato. Se ogni docente, nel proprio ambito specialistico, partisse già da queste differenze non ci sarebbe bisogno di un corso specifico di Sex and Gender Medicine. Il fatto che oggi esista ancora un corso a parte non indica che il tema sia 'speciale', ma che questa integrazione strutturale non è ancora avvenuta".
Negli ultimi anni avete affrontato anche il tema della transizione di genere, in particolare in età adolescenziale. Con quale approccio?
"Con un approccio rigorosamente medico e scientifico. L’obiettivo non è mai quello di esprimere giudizi, ma di comprendere cosa accade a livello biologico quando un organismo in fase di sviluppo viene esposto a trattamenti ormonali che non sono coerenti con il sesso biologico di partenza. Ci siamo quindi posti domande cliniche molto concrete: cosa accade, ad esempio, a un cuore biologicamente femminile sottoposto a un’esposizione prolungata a testosterone, o a un sistema endocrino maschile esposto a estrogeni in età evolutiva. Queste sono questioni che riguardano la sicurezza, la prevenzione e la presa in carico del paziente nel tempo. Per questo rientrano pienamente nella responsabilità del medico. Non sono domande ideologiche o culturali, ma cliniche, e richiedono competenze specifiche per poter accompagnare le persone in modo consapevole e informato".
Perché il sesso biologico resta un dato imprescindibile e che ruolo gioca il contesto sociale?
"Perché il sesso biologico, a partire da quello cromosomico, influisce in modo diretto sull’insorgenza e sull’evoluzione di molte patologie. Le differenze tra maschio e femmina non riguardano solo la sfera riproduttiva, ma coinvolgono l’intero organismo. Il patrimonio cromosomico, ad esempio, gioca un ruolo fondamentale: molte malattie sono legate al cromosoma X e nei maschi, che ne possiedono uno solo, tendono a manifestarsi in modo completo; nelle femmine, la presenza di un secondo cromosoma X può attenuarne l’espressione. Questo può contribuire anche a spiegare perché, in media, le donne vivano più a lungo, ma comporta allo stesso tempo profili di rischio diversi, che il medico deve conoscere per impostare diagnosi, prevenzione e terapie adeguate. Accanto alla dimensione biologica, comunque, va sempre considerato anche il contesto sociale. Le condizioni di genere, intese come ruoli sociali, abitudini e modelli di interazione, influenzano l’esposizione ai fattori di rischio e quindi la distribuzione delle malattie. Lo si è visto chiaramente durante la pandemia da Covid-19, quando l’andamento dei contagi ha mostrato differenze significative tra Paesi e contesti diversi, legate non alla biologia ma alle modalità di esposizione e di vita quotidiana".