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La casa intelligente che si governa con la punta delle dita

Servizio comunicazione e media

Rami Baddour, Facoltà di scienze informatiche

Il mondo che ci circonda è ogni anno che passa sempre più costellato dai cosiddetti sistemi “embedded”, ovvero quei sistemi elettronici a microprocessore, programmati per elaborare, generare o visualizzare informazioni e dati, o gestire altre macchine e dispositivi, interagendo con uno o più utenti.

Si stima che in questo momento ne siano attivi e connessi sulla terra qualcosa come 14 bilioni, impegnati a far funzionare automobili, centrali nucleari e ospedali, ma anche sempre più spesso frigoriferi, caldaie, televisori e saracinesche… L’utilizzo di questi sistemi all’interno delle abitazioni è infatti in grande espansione e sta dando notevole slancio al settore della domotica, parola che intrecciando il latino domus (casa) con robotica, descrive la scienza interdisciplinare che si occupa dello studio delle tecnologie atte a migliorare la qualità della vita negli ambienti antropizzati.

Anche grazie alla diffusione capillare di questi sistemi intelligenti in molti contesti e all’interno delle nostre abitazioni, il numero globale di sistemi “embedded” connessi nel 2020 schizzerà a 30 bilioni, rendendo la nostra esistenza sempre più dipendente anche da questo settore dell’informatica.

In modo controintuitivo, questo grande progresso tecnologico aumenta – invece che diminuire – la portata e il numero delle sfide con le quali siamo e saremo confrontati: avendo un’incidenza diretta anche sulla fisicità dei nostri corpi, i sistemi “embedded” richiedono una sempre maggiore attenzione alla sicurezza, all’efficienza ed autonomia energetica, alla memoria ed alla miniaturizzazione. Sfide innanzitutto tencologiche, che richiedono enormi sforzi legati alla ricerca, ma sfide anche “sociali” tese alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica, da una parte poco consapevole della rilevanza di questi sistemi, dall’altra poco incline a riconoscere la reale fragilità di fondo del mondo tecnologico all’interno del quale siamo immersi.

Per affrontare entrambe queste sfide, motivare i futuri addetti ai lavori e sensibilizzare i comuni cittadini, l’Istituto ALaRI della Facoltà di scienze informatiche dell’USI ha promosso un progetto molto concreto, basato su di un modello di abitazione intelligente in miniatura. Una smart-house a tutti gli effetti, su due piani e munita di molte delle funzionalità domotiche maggiormente in voga al momento, solo della misura di un metro quadrato. Il modello, presentato insieme ad altri progetti nel padiglione dell’USI alla fiera CeBIT di Hannover 2016, nasce da un’iniziale collaborazione con il Liceo Lugano Due, nel contesto di un lavoro di maturità: dapprima gli studenti del Liceo hanno collaborato con i ricercatori della Facoltà nella costruzione fisica del modello e nel collocamento dei diversi hardware, ovvero i sensori e i dispostivi atti al “movimento” fisico delle diverse com- ponenti intelligenti dell’appartamento; poi è stata sviluppata una WSN (Wireless Sensor Network), ovvero un sistema di governo di questi stessi hardware da parte di un dispositivo indossabile (un guanto) dotato di diversi sensori connessi tra di loro in modalità wireless. In questo modo, per esempio, è possibile aprire il garage con un dito, regolare il termostato muovendo il polso, accendere la TV agitando il palmo della mano. Tutte funzionalità relativamente semplici, la cui programmazione prima e il cui utilizzo poi servono ad allenare studenti e ricercatori ad un continuo mettersi in discussione, alla ricerca di soluzioni più sicure ed efficienti.

Siamo convinti che anche i non addetti ai lavori, avendo a che fare in modo diretto e concreto con le potenzialità di questi sistemi, abbiano modo di iniziare a riflettere sul proprio rapporto con la tecnologia, permettendone un utilizzo sempre più consapevole.

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