Anniversario di Scholars at Risk e l'impegno dell'USI per la libertà accademica: l'intervista al Prof. Villeneuve
Servizio comunicazione istituzionale
9 aprile 2026
Durante l’anno accademico in corso (2025-2026) la rete Scholars at Risk (SAR) celebra il suo venticinquesimo anniversario. In un quarto di secolo ha sostenuto migliaia di ricercatrici e ricercatori, documentato attacchi a istituti in oltre 100 Paesi e contribuito alla promozione della tutela della libertà accademica a livello globale. La missione della rete SAR è infatti quella di promuovere e garantire i principi e i valori della libertà accademica, proteggere le accademiche e gli accademici che affrontano minacce e di prevenire attacchi alla comunità scientifica. Per adempiere al suo mandato, SAR si occupa inoltre di offrire e gestire, tramite la sua rete accademica internazionale, incarichi temporanei, per esempio, di ricerca e docenza. Per celebrare i risultati ottenuti dagli sforzi condivisi nella difesa della libertà accademica, gli istituti che aderiscono alla rete sono stati chiamati a contribuire con iniziative proprie ispirandosi al principio “Truth Matters”.
L’USI è un'università con una forte vocazione internazionale, che accoglie persone provenienti da oltre 110 Paesi diversi tra studenti, docenti, ricercatori e personale amministrativo. In questo contesto multiculturale, l'USI intende promuovere la diversità culturale e le pari opportunità, ed essere attenta alle attuali sfide globali. Nel 2016 l'USI ha aderito alla rete promuovendone i valori ed i principi. Questo importante anniversario e il tema proposto, “Truth Matters”, rappresentano un’occasione per riaffermare il suo impegno.
Nello stesso filone si inserisce la mostra Migrazione, con fotografie di Darrin Zammit Lupi, che è stata ospitata in USI dal 22 settembre al 18 ottobre 2025 e che ha permesso di presentare al pubblico le iniziative SAR e InclUSIone (un percorso passerella per studenti meritevoli afferenti al settore dell’asilo) attraverso un approccio visivo particolarmente significativo, mettendo in evidenza le sfide e le esperienze toccanti dei migranti, e sottolineando al contempo il ruolo chiave delle università nel promuovere inclusione e libertà accademica. In occasione dell’inaugurazione della mostra Parwiz Mosamim, dottorando presso l’Istituto di comunicazione e politiche pubbliche (ICPP) e primo Scholar at Risk ospitato all’USI, ha evidenziato come la rete sia fondamentale per la tutela della libertà accademica e per la protezione dei ricercatori a rischio, così come la libertà accademica debba essere continuamente difesa.
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Per approfondire il tema “Truth Matters”, abbiamo intervistato il Prof. Jean-Patrick Villeneuve, Professore ordinario di Amministrazione e management pubblico presso l'USI, Direttore dell'Istituto di comunicazione e politiche pubbliche (ICPP), Responsabile del GRIP (Gruppo di ricerca sull’integrità pubblica) e Codirettore del programma di Master in Public Management and Policy (offerto in collaborazione con le Università di Losanna e Berna). La sua ricerca si focalizza su temi come la trasparenza, l'anticorruzione e l'accountability, con un’attenzione particolare alle sfide, alle limitazioni e all’impatto relativi all’implementazione di queste iniziative di governance. Dal 2021 Jean-Patrick Villeneuve ha ospitato nei suoi gruppi di ricerca quattro ricercatori nell’ambito del programma SAR. Di seguito l'intervista integrale.
Prof. Villeneuve, iniziamo con una domanda diretta: perché la verità è importante?
"La verità è centrale, specialmente in un contesto universitario. Come accademici cerchiamo di approcciarci ad essa in molti modi, attraverso molteplici discipline e differenti metodologie. Ci riusciamo? È persino possibile? Sono domande legittime, ma dobbiamo perseguire la verità con le migliori intenzioni e con tutte le nostre energie. Fare il contrario significherebbe cedere a menzogne, disinformazione, fake news e altre strategie fuorvianti. Purtroppo, stiamo iniziando a vedere dove tutto ciò ci stia portando. Personalmente amo la citazione: 'Ognuno ha diritto alla propria opinione, ma non ai fatti personali'. Le università sono il luogo in cui dovremmo identificare, strutturare e dare un senso a questi fatti. Come studioso di pubblica amministrazione, questo significa sviluppare le fondamenta per un fact-based policy making ovvero politiche basate sulle evidenze e non, si spera, per un policy-based fact making ovvero creazione dei fatti basata sulla politica".
Nel novembre del 2025 l’USI ha firmato La Magna Charta Universitatum. Con questa adesione, l’USI rinnova e conferma “il proprio contributo alla costruzione di uno spazio accademico aperto, sostenibile e cooperativo, capace di affrontare con spirito critico e solidarietà le sfide globali del presente”. E proprio In occasione della conferenza annuale della Magna Charta Universitatum, il direttore esecutivo del SAR, Robert Quinn, ha dichiarato che la violenza non è lo strumento principale per attuale la repressione, lo è l’isolamento: “violence is not the primary tool of repression. Isolation is".
Prof. Villeneuve, come dobbiamo intendere quest'ultima affermazione?
"La violenza è una strategia quasi ordinaria per i governi autoritari. Serve a tenere a freno le opposizioni... almeno per un po'. Ma, a un certo punto, questa violenza diventa controproducente perché spinge le opposizioni a fare fronte comune. Di fronte alla violenza si può reagire. Certo, i costi possono essere altissimi, ma è possibile farlo. L'isolamento è qualcosa di completamente diverso. È meno visibile, meno ostentato, e può essere adottato da ogni tipo di regime, non solo da quelli autoritari. Quando si è isolati, non c'è modo di reagire. Si è soli. Ricordate la citazione della Resistenza in Star Wars: 'Abbiamo amici ovunque'. Qualsiasi opposizione seria presuppone l'unione delle forze, la condivisione di idee e di sogni. Significa trovare degli amici. Nell'isolamento, nulla di tutto ciò è possibile".
In quale misura i cambiamenti politici e istituzionali a livello globale, quali l’autoritarismo, la sicurezza e il ruolo crescente del mercato negli istituti di istruzione superiore, incidono sulla libertà accademica?
"L'impatto è diretto. In ambito accademico alcuni temi sono polarizzanti e generano tensioni. È normale: è il segno che quegli stessi temi sono importanti e meritano di essere indagati. Ma oggi questo significa anche che è più facile evitarli. In altri Paesi abbiamo visto professori messi da parte o persino licenziati per la scelta dei loro temi di ricerca o per il taglio della loro ricerca. In un simile contesto, perché cimentarsi su argomenti come la democrazia o la corruzione, quando è possibile ripiegare su filoni di ricerca meno controversi? Più facile per tutti. Distruttivo per l'istituzione. In modo ancora più pernicioso, la situazione ha un impatto indiretto nel contesto attuale: ogni posizione, a prescindere dalla sua natura accademica o dalla sua solidità metodologica, finisce per essere strumentalizzata da chi è coinvolto in quello che si riduce, in molti se non nella maggior parte dei casi, a un puro posizionamento politico-strategico. In ogni dibattito esiste il pericolo di essere usati come pedine da una parte o dall'altra. Un tempo, la ragione e la verità erano gli arbitri di tutto questo. Oggi accade sempre meno".
In che modo i governi e i leader politici utilizzano i finanziamenti, le normative o le dichiarazioni pubbliche per influenzare la libertà accademica? Ha un impatto sull'autocensura?
"Come studiosi abbiamo bisogno di risorse per condurre i nostri progetti. Per finanziare i dottorandi, per pagare i software di analisi o per partecipare a conferenze con i colleghi. Alcune ricerche richiedono più fondi di altre ma, anche solo per una questione di percorso di carriera individuale, ottenere finanziamenti per i propri progetti è indispensabile. Un modo per deviare gli sforzi della ricerca è semplicemente tagliare i fondi su determinati temi o persino su intere discipline. L'impatto si farà sentire in tempi brevi sugli studiosi di oggi, ma sarà dirompente per le generazioni future. Parliamo di ricercatori che avranno fatto il dottorato e saranno diventati professori concentrandosi solo sui temi finanziati... a discapito di altri. In poco tempo, prospettive di ricerca, metodologie e interi settori possono finire ai margini. Ecco perché abbiamo bisogno di una ricerca che sia finanziata nel modo più aperto possibile".
La libertà accademica è spesso considerata un indicatore della forza democratica di una nazione. Tuttavia, esistono diverse minacce alla libertà accademica anche nei Paesi con sistemi democratici. La libertà accademica è sempre più minacciata in quei Paesi?
"Credo che sia in pericolo ovunque. Nei Paesi non democratici, naturalmente; ma in un certo senso, lì è solo la logica conseguenza del sistema in vigore. Più preoccupanti sono i cambiamenti che osserviamo nelle democrazie aperte, in particolare attraverso quella che è stata definita 'democrazia illiberale'. Da un lato, la logica finanziaria impone sempre più di 'non agitare le acque'. I temi controversi vanno evitati e i problemi — persino quelli minimi, come gli studenti insoddisfatti dei propri voti — devono essere scongiurati a tutti i costi. È quello che alcuni hanno definito codardia amministrativa. Dall'altro lato, assistiamo sempre più spesso a reazioni quasi capillari contro opinioni che potrebbero non piacere alle istituzioni, ai professori o agli studenti. L'imperativo è: siamo consensuali, a ogni costo. Ma se l'università non è il luogo in cui dare ascolto a chiunque e poter mettere in discussione o dibattere ciò che non gode di consenso... dove altro dovrebbe accadere? E oltre a questo, a cosa serve allora l'università? Perché veniamo finanziati? Confrontarsi con queste voci è fondamentale perché gli studenti imparino a leggere il mondo e ad aprirsi a ogni realtà e punto di vista. Al di fuori dell'università, infatti, queste dinamiche esistono e pesano. Non voglio che i miei studenti le scoprano solo dopo la laurea, restando spiazzati di fronte a scenari e chiavi di lettura che non sanno maneggiare, solo perché sono stati tenuti sotto una campana di vetro invece di essere temprati e resi capaci di affrontare una società in continua evoluzione".
Quale ruolo svolgono istituzioni e reti come SAR nel contesto attuale? In che modo questo programma influisce sulla reputazione internazionale dell’USI e, più in generale, degli istituti di istruzione superiore svizzeri?
"SAR, in quanto rete internazionale, garantisce un sistema equo, trasparente e sicuro: sia per gli studiosi a rischio, attraverso un processo protetto e riconosciuto, sia per le istituzioni. SAR assicura che le persone che integriamo nei nostri atenei siano effettivamente accademici e che si trovino realmente in una condizione di pericolo. Può sembrare banale, ma è fondamentale: non tutte le università hanno le risorse o le competenze necessarie per effettuare verifiche di questo tipo in autonomia. In termini di impatto istituzionale, far parte di questa rete ci permette — anzi, ci impone — di misurarci con le sfide della società moderna ai massimi livelli. In un periodo in cui la credibilità, la pertinenza e l'importanza delle università vengono messe in discussione e i nostri bilanci subiscono tagli, avere un impatto diretto e concreto sulle questioni globali è essenziale. Serve inoltre a ricordare i molteplici ruoli che l'università riveste nella società. L'obiettivo finale è che la ricerca prosegua e che le prossime generazioni di studiosi possano formarsi nonostante le crisi in corso. In questo modo, l'università offre il proprio specifico contributo ai dialoghi necessari affinché gli studiosi a rischio possano, in un futuro prossimo, restare studiosi ma non essere più a rischio".
Dal 2021, il Professor Villeneuve ha ospitato 4 ricercatori nel contesto del SAR, moderato eventi pubblici sulla libertà accademica e di espressione, ad esempio la tavola rotonda “Academic Research and Freedom of Speech”, che ha visto la partecipazione di Parwiz Mosamim, Sergii Tukaev e Ahmed Hussein Abdelrahman Adam. In qualità di membri della comunità USI, riteniamo che queste iniziative informative e di sensibilizzazione abbiano un forte impatto sulla nostra comunità a livello socioculturale e ci offrano l'opportunità significativa e preziosa di riflettere su tali tematiche. In un’intervista pubblicata nel luglio 2022 sulla “Conferenza internazionale per la ricostruzione dell'Ucraina - Il ruolo del mondo accademico”, inoltre, Villeneuve ha evidenziato il prezioso contributo di ricercatrici e ricercatori SAR nell’ambito della sua ricerca.
Prof. Villeneuve, che impatto hanno avuto queste collaborazioni sul suo ambito di ricerca a livello accademico?
"Hanno aperto porte, reso accessibili nuovi ambiti, integrato nuove reti e hanno fatto imparare cose nuove. L'esempio migliore? Insieme a un dottorando afghano abbiamo condotto interviste in totale sicurezza a funzionarie pubbliche afghane. Siamo riusciti a documentare la loro esperienza e a comprendere meglio certe dinamiche persino prima del ritorno dei talebani nel 2021. Io non avrei mai potuto farlo: non solo per una questione tecnica e linguistica, ma perché è molto probabile che non avrebbero accettato di parlare con me. Questo lavoro ha portato alla pubblicazione di articoli accademici e, oltre a ciò, ha contribuito a rapporti delle Nazioni Unite e a proposte politiche ai massimi livelli".
La collaborazione con colleghe e colleghi provenienti da contesti vulnerabili o a rischio richiede inoltre capacità relazionali, sensibilità e competenza interculturale. Quali sono le principali sfide di tali collaborazioni e quali aspetti occorre tenere in considerazione?
"Dobbiamo tenere conto della loro provenienza, della loro competenza e del loro percorso accademico, ma anche delle loro specifiche tradizioni culturali e scientifiche. L'università è un'istituzione universale, ma la sua realtà concreta varia enormemente da Paese a Paese. Come si diventa professori? Quali sono le aspettative verso un dottorando o un docente? Qual è il loro ruolo sociale? Queste dinamiche cambiano già all'interno dell'Europa occidentale; su scala internazionale, alcune sono diametralmente opposte. Bisogna esserne consapevoli. Bisogna inoltre considerare l’aspetto del 'rischio' che grava sullo studioso. Quotidianamente queste persone seguono ciò che accade nel loro Paese d'origine; restano in contatto con familiari e amici che spesso si trovano in pericolo ogni giorno. Questo non favorisce certo un clima sereno. Come supervisori, dobbiamo riconoscere e integrare questa realtà nel guidare gli studiosi ospitati, assicurandoci al contempo che il resto del team di ricerca sia consapevole e sensibile a queste circostanze".
Sebbene queste collaborazioni comportino delle sfide, offrono anche l'opportunità di rafforzare le nostre competenze e la nostra consapevolezza interculturale, in che modo?
"Ci rendono consapevoli della diversità non come un concetto astratto o di facciata, ma come una realtà vissuta. Con SAR, ci confrontiamo con un contesto che si evolve giorno dopo giorno; una situazione che rende impossibili persino le attività più banali. Anche solo partecipare a una conferenza, a seconda della località, può diventare un rischio: in un caso recente, questo era dovuto al timore di un potenziale rapimento da parte dei servizi di sicurezza del Paese da cui lo studioso era fuggito. L'agio e la sicurezza della Svizzera non sono poi così lontani dalle dinamiche più problematiche del pianeta. Non c'è nulla come avere al proprio tavolo qualcuno che è fuggito da quelle regioni per renderci consapevoli, ogni giorno, delle sfide che il mondo sta affrontando".
Potrebbe raccontarci uno o più momenti particolarmente significativi della sua esperienza di collaborazione con i candidati SAR?
"L’arrivo del nostro primo studioso SAR (mio e dell’USI), Parwiz Mosamim, dopo mesi di procedure, è stato un momento particolarmente significativo. Averlo qui con noi alla stazione di Lugano... finalmente! Con la consapevolezza che non sarebbe stato costretto a tornare in Afghanistan e a esporsi a rischi personali immediati. Non si trattava dell'arrivo di un qualunque altro dottorando finanziato, ma di un contributo molto più profondo. Un secondo momento cruciale è stato vederlo coordinare un evento sull'Afghanistan, che univa una parte accademica ad attività sociali aperte a tutta la cittadinanza ticinese, riuscendo a riunire l'intera comunità afghana in Svizzera. È stata la dimostrazione diretta dell'impatto che tutto questo ha su un individuo, sulla comunità accademica e sull'intero tessuto sociale in cui l'USI è inserita. Ricordo anche quando abbiamo ospitato una donna afghana che teneva lezioni per bambine nel seminterrato della sua casa a Kabul, a rischio della propria vita e di quella dei suoi figli. Mettere gli studenti a contatto con persone così coraggiose — con le tapparelle dell’aula chiuse e i telefoni messi da parte per ragioni di sicurezza — è un'esperienza che resterà impressa in loro, e in me, per molti anni".