Il Medio Oriente Mediterraneo che verrà

La moschea di Awis al-Qarni a Raqqa (foto: Lazhar Neftien, da Wikipedia)
La moschea di Awis al-Qarni a Raqqa (foto: Lazhar Neftien, da Wikipedia)

Servizio comunicazione istituzionale

2 Gennaio 2018

Il noto politologo, orientalista e accademico francese Gilles Kepel dirige la Middle East Mediterranean (MEM) Freethinking Platform, creata all’Università della Svizzera italiana partendo dall’idea condivisa che ci sia una forte esigenza di incoraggiare uno sguardo critico e partecipativo sugli eventi che sconvolgono oggi il mondo, con una particolare attenzione a quanto accade nella regione del Medio Oriente Mediterraneo. "Inside the MEM", la componente didattica della MEM Freethinking Platform, consiste in una serie di lezioni e di seminari tenuti dal Prof. Kepel, in inglese, per promuovere lo sviluppo di una maggiore comprensione della complessa situazione nella regione MEM. Abbiamo approfittato della sua presenza all’Usi per fargli qualche domanda sulle criticità del presente e sui potenziali sviluppi della regione del Medio Oriente Mediterraneo. Alcuni dei temi di cui abbiamo discusso saranno affrontati nel corso del Summer Summit (agosto 2018), organizzato dalla MEM Freethinking Platform con l’obiettivo di mettere insieme e far dialogare giovani desiderosi di contribuire attivamente al cambiamento nella regione MEM.

 

Nella modernità liquida di oggi, anche il jihadismo è liquido?

Si potrebbe definire l’ultima generazione di jihadisti come ‘liquida’, anche se non nel senso inteso di Zygmunt Bauman. Ci sono infatti sostanze liquide negli esplosivi utilizzati dai jihadisti e, naturalmente, il sangue è liquido. Va inoltre aggiunto che l’attuale generazione di jihadisti è indubbiamente assetata di sangue, specie quando affermano che il sangue del loro nemico – chiunque esso sia – è halal, termine arabo che significa ‘lecito’ (termine sato soprattutto in ambito alimentare, il cibo halal è quello che rispetta la legge islamica, come descritto nel Corano).

Si potrebbe inoltre ricorrere alla nozione di modernità liquida per descrivere ciò che è il jihadismo è diventato nella società di oggi, con l’attuazione del cosiddetto ‘soft power’ (potere della persuasione). I jihadisti, infatti, non sono più organizzati in modo gerarchico: non hanno una struttura né leninista né piramidale, come era quella di Al-Qaeda, un’organizzazione che impartiva ordini dal ‘vertice’, da qualche remota località nel Waziristan o nel Balochistan.

Questo è quanto successo, per esempio, l’11 settembre quando i militanti vennero addestrati per compiere azioni su comando. Quel sistema non è durato a lungo poiché Al-Qaeda è stato un movimento elitario, incapace di coinvolgere le masse, nemmeno seguendo l’esempio dato, che era l’intenzione originale. Non dimentichiamo che l’11 settembre è successo prima della comunicazione di massa digitale; eravamo ancora nell’era della televisione satellitare, quando i media erano più facilmente controllabili. Pochi anni dopo, con la diffusione capillare di Internet, dei social media, dei video condivisi in rete ecc., si è assistito a un cambio di paradigma in cui non era più necessario essere un’organizzazione per perseguire certi scopi. Ora si parla piuttosto di sistema – in arabo c’è l’espressione Nizam, la Tanzim, che significa “sistema, non organizzazione”. La modalità d’azione di questa non-organizzazione è quella di diffondere il terrore presso le masse di ‘infedeli’ e galvanizzare i militanti tramite il cosiddetto ‘terrorismo in rete’, per colpire civili o altri ‘soft target’ in Europa o nel Medio Oriente, provocando così una frattura nella società. La convinzione è che le società occidentali sarebbero tornate alla loro dimensione razzista e suprematista. Infatti, in tempi recenti abbiamo assistito al risorgere di movimenti di estrema destra, come il Front National in Francia e l’Afd in Germania. Ciò ha consentito ai jihadisti di reclutare militanti e di istruirli a vedere gli ‘altri’, in particolare i bianchi, come un insieme di razzisti. Tuttavia, questo ‘sistema’ è fallito perché Marine Le Pen, leader del Front National, è stata sconfitta da Macron e, da allora, l’estrema destra in Francia ha perso terreno. Quindi, perlomeno nel caso francese, sia l’estrema destra, sia il jihadismo, stanno perdendo forza nonostante in precedenza i due movimenti fossero stati in un certo senso “vicini”.

 

Un migliore dialogo con l’Iran sciita potrebbe essere la chiave per garantire la stabilità nella regione MEM?

Il dialogo fra Iran e sciiti è necessaria, ma deve essere affrontato senza pregiudizio e non condizionato dalle visioni e dalle dinamiche dei consolidati rapporti tra Occidente e i sunniti. Le petro-monarchie nella penisola sono ora divise fra Arabia Saudita e Qatar: se l’Iran non verrà reintegrata nel nuovo Medio Oriente, assisteremo a una nuova fase di crisi. Uno dei principali obiettivi della MEM Freethinking Platform è quello di coinvolgere i giovani (i futuri leader delle regioni mediorientali) che proporranno nuove visioni sul futuro della regione. Negli ultimi sei anni, a partire dalle Primavere arabe, hanno vissuto momenti di contrasto dove ognuno voleva uccidere il suo prossimo, ma ora è giunto il momento di ricostruire, e la Svizzera ha un ruolo da svolgere in questo processo.

 

Quindi, Lei crede nel potenziale di Lugano come luogo neutrale per facilitare il dialogo non solo nord-sud, ma anche ovest-(medio)oriente?

Certamente, e aggiungerei anche il dialogo sud-sud. Qui le condizioni sono ideali, non solo perché Lugano si situa nella regione a sud delle Alpi che si affaccia sul Mediterraneo, ma anche perché la Svizzera nel suo complesso trae vantaggio dalla sua posizione neutrale. La Svizzera non persegue secondi fini propri, e quindi si trova in una posizione favorevole per avviare il dialogo in situazioni dove gli strumenti diplomatici tradizionali non funzionano più, perché ci si rivolge alle organizzazioni sovrannazionali o a quelle non governative anziché agli Stati. Inoltre, il resto dell’Europa non solleva alcuna obiezione concreta perché i paesi europei sanno di non essere in grado di portare avanti da soli questo dialogo, e per questo motivo la Svizzera, e in particolare Lugano, rappresenta un luogo ideale per questo scopo.

 

È immaginabile che da Lugano parta l’idea di uno Stato federale in Medio Oriente?

Nella regione MEM esiste già uno Stato che aveva adottato un modello federalista, il Libano, un tempo considerata la Svizzera del Medio Oriente. In Libano non ha avuto lo stesso successo che nella Confederazione elvetica. Oggi quella regione del Medio Oriente si trova di fronte a un enorme problema umanitario, in particolare in Siria dilaniata dalla guerra. Ci piacerebbe poter dire che la liberazione di Raqqa e la sconfitta del sedicente Stato islamico favorirà la ricostruzione del Paese, ma ciò non è ancora sul tavolo delle discussioni. Sarà uno dei temi che affronteremo con i giovani futuri leader della regione MEM nell’estate 2018, al Summer Summit che si svolgerà a Lugano. Crediamo nella rinascita di tutta la regione libanese-siriana, che è stata cancellata in gran parte a causa del predominio del "petro-Islam", e nel ristabilire la sua capacità di mediatore tra Europa e Medio/Vicino Oriente. La caratteristica mediatrice deve essere ripristinata, e il fatto che il Libano e la Siria sono diventate il terreno di battaglia per gli interessi divergenti di grandi potenze significa che la ricostruzione del Levante non sarà cosa semplice.

In questa complessa situazione non va dimenticato il ruolo essenziale della Russia, che ora ha un vantaggio nel Levante perché sostiene il regime di Assad e perché ha adottato una strategia d’efficienza in termini di “costo-soldato”, incurante dei protocolli e delle vittime civili.  Tuttavia, di fronte alla prospettiva della ricostruzione nella regione, la Russia ora non può realizzarla per via dell’impatto finanziario risultato del calo dei prezzi del petrolio (causato anche dall’arrivo sul mercato dell’olio di scisto dagli Stati Uniti). Si stima che il prezzo del barile scenderà a 25 o 20 dollari nei prossimi due anni, soprattutto grazie ai progressi tecnologici nel campo del ‘fracking’. Questo scenario rappresenta quindi un grosso problema per la stabilità nella regione MEM. Inoltre, i proventi del petrolio sono stati la base per il finanziamento dell'islamismo nella regione, quindi il grande punto interrogativo è come possiamo vedere il futuro in queste circostanze mutevoli. Questa è una delle sfide che stiamo affrontando qui a Lugano.

 

Il multiculturalismo è fallito oppure ha un futuro?

Il multiculturalismo implica una giustapposizione di comunità che vivono l'una di fronte all'altra, e quindi non è una ricetta ottimale per l'integrazione. Credo che presto assisteremo a un processo di balcanizzazione (frammentazione) in cui, nello scenario più ottimista, le organizzazioni falliranno e, in quello più pessimista, scoppieranno guerre civili.

In fin dei conti, ciò che ci unisce è più importante di ciò che ci divide, questo è il motto del MEM Freethinking Platform.

 

Per informazioni sul MEM Freethinking Platform: www.usi.ch/mem

 

 

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