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La caduta del mito del cyberspazio - Aspettando la conferenza "Rethinking Digital Myths"

Nella foto John Perry Barlow (Fonte Wikipedia commons)
Nella foto John Perry Barlow (Fonte Wikipedia commons)

Servizio comunicazione istituzionale

In preparazione alla due giorni di conferenze sul tema “Rethinking digital myths. Mediation, narratives and mythopoiesis in the digital age” organizzata all’Università della Svizzera italiana il 30-31 gennaio 2020, proponiamo una serie di approfondimenti su alcuni miti dell’era digitale grazie alle proposte di docenti e ricercatori della Facoltà di scienze della comunicazione. Il primo intervento è di Paolo Bory e Philip di Salvo, docenti e ricercatori postdoc presso l'Istituto di media e giornalismo dell’USI.

Un sogno d’indipendenza
Uno dei documenti più rappresentativi del mito del cyberspazio è stato scritto in Svizzera. Più di due decenni fa infatti John Perry Barlow, fondatore della Electronic Frontier Foundation, rilasciò la sua famosa “Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio”. Questo manifesto, pubblicato mentre Barlow si trovava al World Economic Forum di Davos, è probabilmente la testimonianza più nota del mito di internet inteso come l'ambiente privilegiato dove far emergere una nuova sfera sociale e democratica. Barlow nel 1996 scrisse:

“Governi del Mondo Industriale, stanchi giganti di carne e acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova casa della Mente. […]. Il Cyberspazio è fatto di scambi, di relazioni e pensiero stesso, disposti come un'onda permanente nella ragnatela delle nostre comunicazioni. Il nostro è un mondo che è ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte, ma che non si trova dove vivono i corpi. Stiamo creando un mondo in cui tutti possono entrare senza privilegi o pregiudizi dovuti alla razza, alla potenza economica, alla forza militare e a condizioni di nascita. Stiamo creando un mondo dove chiunque, dovunque, può esprimere i propri pensieri, non importa quanto singolari siano, senza paura di essere costretti al silenzio o al conformismo”.

Notoriamente, la società interconnessa, indipendente e democratica è il sogno incompiuto intessuto in neologismi e in concetti come quelli di network society (letteralmente “società delle reti”) e di “intelligenza collettiva” emersi negli anni 1990. Negli ultimi decenni il mito del cyberspazio è caduto rapidamente con la centralizzazione dell’architettura di internet e il predominio di alcuni attori, i cosiddetti GAFAM (“giganti del web”) nel mercato digitale. Un mondo dove “ognuno, ovunque” può esprimere i suoi/le sue credenze è mutato in una realtà nella quale, nonostante il notevole potenziale di espressione individuale e sociale, la sfera pubblica è costantemente minacciata dalla disinformazione e mala-informazione, dal rischio di isolamento e dalla potenziale violazione della privacy e dei dati personali. La dimensione eterogenea e multiculturale del cyberspazio, uno spazio dove differenti attori sociali e culturali interagiscono senza limitazioni, viene inoltre minacciata dalle nuove frontiere e mura sollevate dagli stessi governi e dagli attori commerciali. Come ha giustamente dimostrato la svolta critica negli studi sui media e sulla comunicazione, la rete è diventata un luogo in cui le cosiddette “bolle dei filtri” possono confinare le opinioni personali all’interno di reti circoscritte e familiari fatte di profili simili ai nostri, mentre la dimensione pubblica dei social media è costantemente abitata da forme di discorso di odio, da bot o falsi profili.

Dal sogno della rete alla delusione della rete
Il caso Snowden, in particolare, ha contribuito in modo ampio a portare elementi a testimonianza di questi sviluppi. Snowden ha infatti suonato il campanello d’allarme sulla sorveglianza di massa governativa, lo sfruttamento costante della privacy dei cittadini, e ha illustrato l’attuale profonda militarizzazione di internet. Nello specifico, le rivelazioni del whistleblower hanno sottolineato l’impossibilità di guardare a Internet senza considerare le profonde ramificazioni delle economie politiche delle superpotenze, e degli Stati Uniti in particolare.  Inoltre, il caso Snowden ha contraddetto quegli assunti deterministi o “sublimi” che consideravano le tecnologie web come inevitabilmente democratiche o intrinsecamente tendenti alla politica di emancipazione. Questi comportamenti erano chiaramente egemonici in occasione delle proteste della Primavera Araba, dove le piattaforme commerciali come Facebook o Twitter erano a volte considerate come la scintilla che avrebbe fatto scatenare le rivolte se non la ragione d’essere stessa di questi movimenti sociali. Snowden ha portato delle prove di questa trascurata “Net Delusion” che Evgeny Morozov aveva descritto nel suo primo libro: il cyberspazio, nonostante le premesse vivamente visionarie e positivamente utopiche della propria "Dichiarazione d'Indipendenza", può effettivamente essere un luogo di sorveglianza quasi totale, di commercializzazione e sfruttamento della privacy degli utenti.

Il caso di Cambridge Analytica, invece, ha contribuito ad esporre delle falle nell’odierna economia dei dati. Nonostante l’argomento sia stato spesso esagerato nella copertura giornalistica, ha anche portato prove di quanto diffuso possa essere l'uso improprio dei dati nel contesto di quello che Shoshana Zuboff ha descritto come "capitalismo della sorveglianza".  Inoltre, Cambridge Analytica ha dimostrato quanto siano interconnesse le sfere commerciali e politiche delle principali piattaforme digitali e i loro modelli di business. Oltre a queste riflessioni, casi come Snowden o Cambridge Analytica, hanno confermato l'urgenza di una panoramica più critica e di una valutazione dei benefici e dei pericoli della "datafied society".

 

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