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Finanza e società, verso l'homo oeconomicus?

La Professoressa-assistente Léna Pellandini-Simányi
La Professoressa-assistente Léna Pellandini-Simányi

Servizio comunicazione istituzionale

Nella società dei consumi e servizi siamo sempre più confrontati con prodotti finanziari di ogni sorta, come carte di credito, leasing per l’auto, mutui ipotecari, fondi d’investimento per i nostri risparmi ecc. Se da una parte la gestione delle proprie finanze richiede un’accresciuta “alfabetizzazione finanziaria”, dall’altra si assiste da alcuni decenni a un cambiamento cultural-sociale che pone una serie di domande fondamentali relative alla responsabilità individuale, ma anche a quella collettiva degli Stati. Léna Pellandini-Simányi, Professoressa assistente presso la Facoltà di Comunicazione, cultura e società dell’USI, affronta il tema della ‘finanziarizzazione della vita quotidiana’ in un capitolo del Routledge Handbook of Critical Finance Studies, di recente pubblicazione.

Intervistata dal quotidiano La Regione, la Prof. Pellandini-Simányi, che ha una laurea in economia e un dottorato in sociologia, fa il punto su ciò che negli ambienti accademici viene definito “financialization of daily life”, ovvero il fenomeno relativo all’utilizzo crescente di prodotti finanziari – azioni, obbligazioni, fondi, carte di credito, mutui ecc. – da parte di tutti, con sempre più persone che si muovono sui mercati finanziari. “Notiamo un cambiamento culturale generale, con una tendenza a leggere la realtà da un punto di vista del rendimento finanziario. Per fare un esempio, oggi sempre più non si sceglie una casa solo perché la troviamo bella e confortevole, ma diamo sempre più importanza al suo valore futuro”.

La finanziarizzazione della società è un effetto della globalizzazione dell’economia, che tra le altre cose ha visto l’imporsi di privatizzazioni e riduzioni delle funzioni dello Stato a partire dagli anni Settanta e Ottanta nei Paesi anglosassoni. “La riduzione dello Stato sociale in molti Paesi ha costretto gli individui a farsi carico di quello che una volta faceva lo Stato, ad esempio indebitarsi per mantenere i consumi in un momento di crisi, o attrezzarsi per avere fondi a disposizione in caso di disoccupazione o una volta anziani”, spiega la Prof. Pellandini-Simányi. “Il doversi prendere cura delle proprie finanze non significa tuttavia che ci stiamo trasformando nell’homo oeconomicus, nel soggetto razionale sognato da alcuni economisti e politici. Una cosa è dover fare costantemente scelte e valutazioni finanziarie, un’altra è saperle fare, sia per mentalità che per conoscenze”.

Secondo la professoressa dell’Istituto di Marketing e comunicazione aziendale dell’USI (IMCA), la finanziarizzazione della vita quotidiana rischia di penalizzare chi non riesce a ‘gestirsi’. “Lo stesso accesso ai prodotti finanziari rischia di essere discriminatorio, ad esempio se dipende dalla salute, dall’estrazione sociale o da altre categorie che distinguono e isolano un gruppo sociale dagli altri. Per questo sarebbe importante che si superasse il calcolo di rischio individuale e si fornisse un accesso al credito basato su criteri più universali, per evitare un aumento delle diseguaglianze”, afferma Léna Pelandini-Simányi. “Una via d’uscita – che in parte si sta già percorrendo, per esempio con delle nuove regolamentazioni dell’UE – è quella di togliere almeno una parte del rischio finanziario dalle spalle degli individui, che dovrebbero essere ritenuti responsabili solo delle scelte che possono effettivamente fare. In questo senso ritorna importante il ruolo dello Stato”.

Il lavoro della Prof. Pellandini-Simányi è stato sostenuto dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica.

 

 

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