Dal Green- al Machinewashing, le informazioni ingannevoli entrano nell'era digitale

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Servizio comunicazione istituzionale

11 Gennaio 2022

Al giorno d'oggi le persone sono tendenzialmente più avvedute rispetto al cosidetto 'ecologismo di facciata' grazie alla maggiore consapevolezza sui metodi e le tecniche di greenwashing, già osservate a partire dagli anni '60 del secolo scorso, usate da molte aziende e organizzazioni. Tuttavia, il rapido sviluppo delle tecnologie digitali, dei big data, dell'intelligenza artificiale, dell'apprendimento automatico ecc. pongono nuove sfide in termini di "etica digitale", lasciando piuttosto incerto il modo in cui queste tecnologie - e quelle in divenire - impatteranno la società e l'economia. Il Prof. Peter Seele della Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'USI è un esperto di etica aziendale che ha studiato a lungo la questione del greenwashing e che ora ha sviluppato un nuovo modello per identificare le tecniche di 'machinewashing'.

Secondo le prime definizioni emerse solo di recente (nel 2019), il machinewashing è essenzialmente una nuova forma di comunicazione ingannevole usata tipicamente dai giganti della tecnologia per rassicurare le persone e le istituzioni sulle loro buone intenzioni nello sviluppo di tecnologie digitali e sistemi informativi avanzati che utilizzano intelligenza artificiale. Tutto ciò per tentare di affrontare le crescenti preoccupazioni su questioni come: robot e sistemi informatici che sostituiscono la manodopera umana; auto a guida autonoma non affidabili; sorveglianza di massa; la gig economy che erode lo stato sociale. "Il machinewashing implica il fornire informazioni fuorvianti sull'intelligenza artificiale etica comunicate, oppure taciute, attraverso parole, immagini, o lo stesso algoritmo", scrivono il Prof. Seele e il ricercatore post-doc dell'USI Mario Schultz nel loro articolo di prossima pubblicazione per il Journal of Business Ethics. "Inoltre, e andando oltre il greenwashing, il machinewashing può essere usato per azioni simboliche come il lobbismo e la prevenzione di una regolamentazione più severa".

Identificare le informazioni ingannevoli nel mondo digitale può essere complicato per via della sua stessa natura (algoritmi, tecnologie proprietarie ecc.). Tuttavia, come per l'ambientalismo di facciata, ci troviamo sempre di fronte a organizzazioni che mirano a presentarsi in modo più favorevole verso i propri referenti (azionisti, clienti, autorità). Per questo motivo, come riportato nella Encyclopaedia of Business and Professional Ethics, il Prof. Seele suggerisce di adottare il modello dei "4 criteri", originariamente sviluppato da Greenpeace, per fornire una guida al fine di rivelare le campagne di greenwashing. "L'analogia tra greenwashing e machinewashing a livello concettuale - per quanto probabile - non reggerebbe se non ci fossero esempi tangibili che indicano la forte sovrapposizione. Proprio come nei criteri di Greenpeace lo 'spin politico' è un criterio chiave, così è la 'lingua biforcuta' con le aziende di piattaforme digitali", spiega il Prof. Seele, riferendosi nel suo articolo al caso di Facebook e dei suoi dirigenti, che hanno chiesto una maggiore regolamentazione e contemporaneamente hanno spinto per ottenere la ricusazione del massimo regolatore degli Stati Uniti, la presidente della Federal Trade Commission, Lina Khan. 

Il dibattito sulla "intelligenza artificiale etica" è in corso, in Europa e anche in Svizzera, dove in Governo federale riconosce l'importanza dell'AI per far progredire il Paese e, in quest'ottica, è stato coinvolto in discussioni a livello internazionale - come riporta il portale Swissinfo in questo contributo che vede il commento anche del Prof. Seele: La Svizzera può prendere le redini del dibattito etico?

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