La libertà nella prospettiva delle scienze umane - La libertà dell'artista

Lotta tra Amore e Castità, dipinto tempera su tela di Pietro Perugino (1503)
Lotta tra Amore e Castità, dipinto tempera su tela di Pietro Perugino (1503)

Servizio comunicazione istituzionale

2 Maggio 2022

Continua il ciclo di interviste "Riflessioni sulla libertà. Uno sguardo alle scienze umane" in collaborazione con l’ISI, l’istituto di studi italiani dell’USI. Oggi è la volta di Carla Mazzarelli, docente di Storia dell'arte moderna all'ISI e docente all'Istituto di storia e teoria dell'arte e dell'architettura all'Accademia di architettura.

Professoressa Mazzarelli, la libertà dell’artista assume molte declinazioni, anche solo nell'immaginario comune. È possibile provare a fare una sorta di "procedimento"? Per esempio partendo dalla libertà dell’invenzione?

Gli artisti, fin dal Rinascimento, hanno cercato di esprimere in molteplici modi la propria libertà. Si potrebbe, anzi, raccontare la storia dell’arte e dell’architettura moderna come la storia di una ricerca incessante svolta sul filo sottile di un confine: il rispetto di modelli imprescindibili, l’antico e la natura in primis, e la necessità di trovare un’autonomia da quegli stessi modelli che consenta di definire una nuova originalità. “Perché nella novità di sì belle cornici, capitegli e base, porte tabernacoli e sepolture fece assai diverso da quello che di misura, ordine e regola facevano gli uomini secondo il comune uso (…) La quale licentia ha dato grande animo a quelli che hanno veduto il far suo, di mettersi a imitarlo (…) onde gli artefici gli hanno infinito e perpetuo obligo, avendo egli rotto i lacci e le catene delle cose che per via di una strada comune eglino di continuo operavano”. Così definisce Giorgio Vasari la libertà espressa da Michelangelo nella Sacrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze: è una libertà generatrice di nuove fantasie, non esenti dal ‘pericolo’ dell’errore. Ma è questo il rischio dell’invenzione. Se ne ricorderà Francesco Borromini che si rifarà esplicitamente alla libertà espressa a suo tempo da Michelangelo quando, in pieno Seicento, ricorderà ai suoi committenti, che «io al certo non mi sarei posto a questa professione col fine di esser solo copista (...)».

Gli artisti hanno necessità della committenza. Eppure si può restare liberi di fronte al proprio stesso mecenate?

Se non c’è dubbio che il sistema delle arti nel corso dell’età moderna si fondi sul sodalizio artista-mecenate, è altrettanto vero che dalla storia dell’arte del Rinascimento ci sono giunti importanti tasselli utili a ricostruire quell’esigenza, sempre più ribadita dagli artisti, della propria libertà creativa rispetto alle richieste pressanti e spesso invasive dei loro committenti. Baxandall ricordava come fosse il segno di una nuova conquistata posizione sociale e culturale dell’artista, la scarsa considerazione che Piero della Francesca mostra di avere nei confronti del contratto firmato con la confraternita della Misericordia per il Polittico oggi a Borgo San Sepolcro. L’artista si prende quasi vent’anni per consegnare l’opera, nonostante il contratto ne prevedesse il compimento in tre e la completa autografia. Evidentemente Piero, a metà del XV secolo, può già permettersi “licenze” ad altri certamente non concesse in quegli stessi anni.

È meglio difendere la propria autonomia creativa "senza se e senza ma" o cedere alle lusinghe di un guadagno sicuro?

Non furono da meno alcuni degli artisti chiamati da Isabella d’Este a decorare il suo studiolo a Mantova dove la colta mecenate si dedicava ai suoi passatempi, alla lettura, allo studio e alla corrispondenza. Le condizioni vincolanti e dettagliate imposte ai suoi artisti, fra i quali Leonardo, Mantegna, Giovanni Bellini, generarono risposte tutt’altro che univoche. Giovanni Bellini finì con il declinare la committenza, rivelando il suo disappunto a rispondere a richieste così dettagliate che poco spazio lasciavano all’autonomia del pittore. Perugino, al contrario, allora attivo a Firenze, per l’opera con la Lotta tra Amore e Castità, seguì passo passo le indicazioni della mecenate e dei suoi consiglieri. Alla prima scelta autonoma dell’artista, rispetto alle richieste fornite, fosse anche una figura in più o una Venere poco vestita, questi non mancavano di informare Isabella che, penna e carta alla mano, redarguiva subito il pittore. Il dipinto alla fine venne consegnato ma certo non è ritenuto – ancora adesso - il più riuscito fra quelli del pittore umbro. La libertà dell’artista era già allora, come oggi, una questione di scelta individuale.

Dall’opera libera alla libertà come necessità dell’opera

“Ma se nel quadro li avanza spazio io l'adorno di figure, secondo le invenzioni”. A parlare così, senza mezzi termini, è Paolo Veronese convocato nel 1573 di fronte al tribunale dell’Inquisizione. Le motivazioni con cui il pittore ribadisce il valore delle sue scelte creative rispetto alle norme imposte dalla censura, ci consegnano l’evidenza di un tema tutt’altro che inattuale. La libertà dell’artista nonostante il potere costituito.

Non bisogna d’altra parte dimenticare che nella sua vita attraverso i secoli, l’arte ha spesso assunto significati politici, diventando anche strumento delle ideologie più distorte.

Le ‘forme’ sono portatrici di valori (o disvalori) identitari e non è un caso che la distruzione, il vandalismo, la riaproppriazione del patrimonio artistico e architettonico abbia spesso accompagnato le rivoluzioni o le guerre di conquista. Durante la Rivoluzione francese il nesso arte e politica costituisce l’argomento infuocato non solo dei dibattiti pubblici ma anche delle scelte iconografiche degli stessi artisti: è il caso di Jean-Louis David che immortala con il pennello i “martiri della libertà” come Marat.

L’immagine, più ancora della parola, ha un forte potere persuasivo: è immediata e pur essendo “muta” può essere in grado di urlare contro e imprimersi così nell’immaginario dello spettatore. Di fronte a ogni guerra, a ogni sopruso resta spesso solo l’arte che denuncia, l’arte che resiste. Di fronte al trionfo della disumanità, l’“agire” è la nostra “arte”, ricordava Hannah Arendt. La libertà diventa così necessità dell’opera, che sia un graffito di uno street artist in una periferia degradata o l’implacabile obiettivo di una fotografia che, come ha scritto Susan Sontag, ci impone di non distogliere lo sguardo davanti “al dolore degli altri”.

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