La libertà nella prospettiva delle scienze umane - Estendere il senso del noi

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Servizio comunicazione istituzionale

25 Aprile 2022

Continua il ciclo di interviste Riflessioni sulla libertà. Uno sguardo alle scienze umane in collaborazione con l’ISI, l’Istituto di studi italiani dell’USI.
Dopo i primi appuntamenti con i professori Prandi e Baioni, oggi è la volta di Marco Maggi, professore straordinario di Letterature comparate e teoria della letteratura e Direttore del Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana, al quale abbiamo chiesto di parlarci di cosa significhi estendere il senso del noi e quindi di raccontarci quale sia l'importanza di poter vedere le letterature nel confronto delle culture.

Professor Maggi, innanzitutto, che cos’è la letteratura comparata e in quale modo ha a che fare con la libertà?

Le letterature comparate (preferisco la denominazione della disciplina al plurale) studiano in chiave storica e critica le relazioni tra le letterature e gli aspetti che le accomunano e le differenziano. Oggi il campo delle letterature comparate si è esteso a includere l’intero orizzonte mondiale, inverando l’idea di Weltliteratur presagita da Goethe e rilanciata nel Novecento da Erich Auerbach. Tra le prospettive adottate dal comparatista per indagare identità e differenze tra le letterature del mondo vi sono tradizionalmente lo studio dei temi, dei generi, delle forme, delle correnti e dei movimenti; ultimamente si è notevolmente espanso lo studio delle relazioni tra la letteratura e altri media, codici, linguaggi espressivi.

Questo studio ha a che fare con la libertà non, come si è creduto per un certo tempo, perché esso consentirebbe di tracciare la parabola ascendente della libertà nella storia, bensì nella misura in cui, esercitando alla paziente osservazione di identità e differenze, continuità e scarti, esso educa alla complessità, la coscienza della quale è indispensabile preludio alla libertà intesa come impegno responsabile.

Quando si parla di letterature nel confronto delle culture, cosa si intende?

Le letterature sono tra gli organi più importanti della memoria vivente delle culture. Ciò è dovuto principalmente alla loro natura di fatti di linguaggio, e al ruolo centrale che quest’ultimo riveste nella definizione delle culture stesse. Il critico George Steiner ha scritto che, per il popolo ebraico, la patria è il testo (Our Homeland, the Text): con i dovuti adattamenti, si tratta di un’affermazione che può essere estesa a tutte le culture.

Le letterature comparate operano in questo campo complesso adottando una prospettiva che una collega dell’Università di Losanna, Ute Heidmann, definisce dialogica e differenziale, attenta oggi non soltanto a ciò che accomuna (questo è stato l’interesse preminente degli studi di comparatistica del secondo Novecento), bensì anche a ciò che differenzia le letterature, anche e soprattutto come diversità e molteplicità interne alle stesse tradizioni nazionali. Ciò facendo, essa può preludere a un più consapevole incontro tra culture, soprattutto a partire dalla coscienza del debito che ciascuna ha contratto nel tempo con le altre.

Qual è il modo “giusto” di fare letteratura comparata?

Non credo che ci sia un modo “giusto” di fare letterature comparate: si tratterebbe di una pretesa in contraddizione con l’atteggiamento dialogico di cui dicevo poc’anzi. Si tratta piuttosto di trovare la postura più fruttuosa affinché, come scriveva Walter Benjamin, il confine possa diventare soglia. Non si tratta, in effetti, di obliterare il confine, inteso come diversità di lingue, tradizioni, forme; bensì di aprire spazi che rendono possibile l’incontro.

Dal mio punto di vista risulta particolarmente fecondo lo studio dell’irradiazione transnazionale dei testi, sul modello di quella che un tempo si chiamava la “fortuna”. Questo approccio ha il vantaggio di preservare la centralità del testo e dunque della lingua e delle differenze tra le lingue; contemporaneamente, come sostenuto da un altro critico, Martin Eisner, esso contempera storicismo e formalismo, sensibilità per la realtà storica delle relazioni letterarie e apertura a più liberi confronti tra i testi; infine (in ciò consiste l’elemento di novità rispetto alle ricerche sulla più tradizionale “fortuna”) esso possiede un «valore retroattivo», come l’ha definito Massimo Fusillo, che consente di gettare nuova luce sul cosiddetto “testo-fonte”.

In che modo, a suo avviso, anche alla luce di fatti recenti, ma non solo, è possibile estendere il senso del noi?

L’espressione è di un grande comparatista del Novecento, Claudio Guillén, e mi pare, nella cornice delle considerazioni sin qui svolte, che essa conservi una sua validità. Realmente le letterature comparate possono «estendere il senso del noi»; soprattutto, preciserei, estenderlo in profondità, piuttosto che in ampiezza, in quanto coscienza e conoscenza della pluralità che, in maggiore o minor misura, abita tutte le letterature e culture.

Faccio riferimento a un fatto di attualità, legato alle tragiche circostanze della guerra in Ucraina. Com’è noto, all’indomani dell’invasione da parte dell’esercito russo, il rettore di un’università italiana si è affrettato a sospendere un ciclo di lezioni dedicate a Dostoevskij. A molti, me compreso, questo gesto è apparso un’indebita attribuzione alla letteratura di colpe, o radici di colpe, che quasi certamente hanno altrove le loro cause. Nessuno tuttavia si è interrogato a fondo sulle conseguenze di tale gesto: quanto di noi stessi perdiamo, cancellando Dostoevskij dai corsi universitari? Perché non soltanto il romanziere russo si abbeverò alla civiltà italiana del diritto penale: Prestuplénie i nakazànie, titolo tradizionalmente tradotto con Delitto e castigo, ricalca infatti esattamente il titolo della prima traduzione in russo (1803) dell’opera Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria; ma soprattutto, romanzi come I fratelli Karamazov sono stati decisivi per la formazione di scrittori come Pirandello o Ungaretti, e, cosa non meno importante, di innumerevoli lettori comuni di lingua italiana.

In questo senso le letterature comparate contribuiscono a estendere il senso del ‘noi’, della pluralità che abita la nostra e tutte le tradizioni letterarie.

 

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