Archeologia, che passione (anche in Ticino)

Il prof. Marcello Fidanzio all’entrata della grotta 11 di Qumran riscavata da FTL e USI nel 2017 (Giorgio Skory)
Il prof. Marcello Fidanzio all’entrata della grotta 11 di Qumran riscavata da FTL e USI nel 2017 (Giorgio Skory)
Il prof. Marcello Fidanzio al lavoro sulle ceramiche di Qumran
Il prof. Marcello Fidanzio al lavoro sulle ceramiche di Qumran
Ceramiche della grotta 1 di Qumran (Giorgio Skory)
Ceramiche della grotta 1 di Qumran (Giorgio Skory)
Il grande Rotolo di Isaia (Giorgio Skory)
Il grande Rotolo di Isaia (Giorgio Skory)

Servizio comunicazione istituzionale

23 Maggio 2022

Il mondo dell’archeologia in Ticino è molto attivo. Sul territorio esistono aree di rilevanza archeologica molto estese, le associazioni di categoria e gli eventi pubblici suscitano interesse e c’è perfino chi – pur lavorando principalmente nella Svizzera italiana – ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali. Scoprire e proteggere i siti archeologici e il patrimonio culturale a livello locale e internazionale è una sfida senz’altro affascinante. Ne parliamo con Marcello Fidanzio, Professore straordinario alla Facoltà di Teologia di Lugano, affiliata all’USI, direttore dell’Istituto di Cultura e Archeologia delle terre Bibliche FTL e membro del Centro di Judaica Goren Monti Ferrari USI-FTL. 

Professor Fidanzio, è possibile fare l’archeologo in Ticino?
«Attualmente il Canton Ticino ha archeologi di grande valore che hanno raggiunto posizioni apicali. Penso per esempio ad Andrea Bignasca, direttore dell’Antiken Museum di Basilea e della rivista “Quaderni Ticinesi di Numismatica e Antichità Classiche”, oppure a Simonetta Biaggio-Simona, capo dell'Ufficio dei beni culturali del Cantone. Ci sono poi diversi studiosi della generazione più giovane che hanno completato o portano avanti studi di valore. Il limite sta nel fatto che la formazione universitaria si svolge altrove. Negli ultimi quindici anni a Lugano abbiamo iniziato un percorso accademico con l’Istituto di Cultura e Archeologia delle Terre Bibliche nella Facoltà di Teologia, ora affiliata alla USI, e si vedono i primi risultati.»

Può farci qualche esempio?
«Abbiamo un programma estivo di archeologia a Gerusalemme che ha come punto di forza la docenza di archeologi esponenti di diverse scuole, confessioni, appartenenze politiche. Dodici università mandano ogni estate i loro studenti e il corso è riconosciuto nei loro programmi accademici. Il nome di Lugano si è fatto strada anche nella ricerca sull’archeologia dei rotoli del Mar Morto, con i simposi organizzati in Ticino, gli scavi archeologici alle grotte, l’incarico di pubblicare insieme all’École Biblique et Archéologique di Gerusalemme il report sugli scavi alle grotte dove sono stati trovati i Rotoli.» 

Nel 2019 lei è stato insignito dalla Biblical Archeology Society del premio per la miglior pubblicazione scientifica in archeologia dell’ultimo biennio: per quale suo lavoro?
«Il premio è arrivato in maniera inattesa per il volume The Caves of Qumran, che nasce dal convegno tenuto a Lugano nel 2014, dove per la prima volta archeologi e studiosi di testi si sono riuniti a lavorare sulle grotte in cui sono è stati trovati i Rotoli. Il premio è stato un riconoscimento del percorso fatto: abbiamo capito di essere sulla strada giusta. Poi abbiamo presentato un progetto al Fondo Nazionale Svizzero e oggi grazie al sostegno ricevuto possiamo lavorare con serenità e con la qualità che un simile incarico richiede.»

In Ticino quanto è vivo l’interesse per l’archeologia?
«Il rischio per chi lavora in università è chiudersi nella bolla degli addetti ai lavori. In Ticino la mia esperienza è quella di un uditorio molto ricettivo. Ogni volta che abbiamo proposto iniziative di divulgazione i numeri sono stati sempre alti e in crescendo, e così l’interesse. Ho ancora vive le emozioni dell’ultimo evento prima della pandemia, il 4 febbraio del 2020, quando abbiamo dedicato una mezza giornata alla presentazione dei nostri lavori su Qumran usando linguaggi diversi: l’esperienza immersiva nelle grotte (insieme con l’Accademia di architettura dell'USI a Mendrisio), un nuovo documentario, una tavola rotonda con protagonisti della ricerca internazionale. L’auditorium dell’Università scoppiava di gente (in piedi, seduta anche sui gradini…) e fino a tarda notte ci è stato chiesto di continuare a replicare il documentario. Ma se parliamo di rapporto con il territorio ci sono soprattutto le attività dell’Associazione Archeologica Ticinese: una presenza che unisce grande partecipazione ed eccellenza di proposte.»

L’Associazione Archeologica Ticinese (AAT), fondata nel 1986, ha lo scopo di riunire tutti gli appassionati di questa affascinante disciplina: come la reputa nel confronto internazionale?
«L’AAT è oggetto della mia ammirazione. Sembra che neanche a Parigi le iniziative di un’associazione analoga raggiungano i numeri di quella presente in Ticino. Ma non è solo questione di numeri: le interazioni mostrano la qualità della partecipazione. Noi sappiamo che uno degli impegni dell’università è la cosiddetta terza missione. In un contesto in cui l’università in Ticino muove solo di recente i primi passi verso l’archeologia, la terza missione è già ampiamente compiuta. Vorrei ricordare anche un’altra realtà, questa volta preziosa nell’ambito della ricerca: i “Quaderni ticinesi di Numismatica e Antichità Classiche”, una rivista scientifica che ha raggiunto quest’anno i cinquant’anni di pubblicazioni. In Ticino non abbiamo ancora percorsi accademici strutturati, ma ci sono tante realtà di qualità che portano avanti l’interesse per l’archeologia.»

Di recente è stato annunciato un suo nuovo progetto di ricerca sul Grande Rotolo di Isaia come oggetto archeologico. È forse il reperto più importante trovato in Israele. Si tratta di un’opportunità straordinaria per lei e per Lugano. Può dirci qualcosa?    
«Il Grande Rotolo di Isaia è una pergamena di 7,34 m. Esso riporta l’intero testo del libro di biblico, in un manufatto preparato verso la fine del secondo secolo a.C. che si trova in ottimo stato di conservazione. Il manoscritto è il cuore del Tempio del Libro, in Israele, un'istituzione simbolicamente costruita di fronte al parlamento. Il nuovo progetto di ricerca prevede lo studio di questo rotolo come oggetto archeologico, concentrandosi sulle informazioni non testuali. Il testo della Bibbia smette di essere considerato come un’entità astratta e trova corpo in un manoscritto. Un corpo che presenta tutti i segni dell’interazione con gli uomini che lo hanno prodotto e ricevuto. Il progetto the Great Isaiah Scroll: A Biography è realizzato in collaborazione con il museo d’Israele, che garantisce l’accesso al rotolo. La curatrice del Tempio del Libro, Hagit Maoz partecipa alla ricerca come dottoranda. È per noi motivo di orgoglio che lei abbia scelto di fare il suo PhD alla Facoltà di Teologia di Lugano.»

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