Prospettive sulla violenza che non guardiamo

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Servizio comunicazione istituzionale

17 Ottobre 2022

La violenza ci mette in discussione: perché per non esserne coinvolti o feriti siamo tentati di ignorarla o giustificarla, perché è un fenomeno complesso da comprendere. La giornata di studio ‘La violenza che non guardiamo’, che si è tenuta all’Università della Svizzera italiana sabato 8 ottobre, ha affrontato il tema partendo da più punti di vista, avvalendosi di varie discipline come il diritto o le neuroscienze e soprattutto costruendo uno spazio di confronto e dialogo che, durante il pomeriggio, ha preso la forma di cinque atelier tematici che hanno discusso della violenza negli ambiti della scuola, della famiglia, della sanità, del lavoro e dei social media.

Questa giornata di studio, ha sottolineato il prorettore per la ricerca Patrick Gagliardini, rientra nelle attività del cosiddetto “terzo mandato” che vede l’USI attiva non solo nella formazione e nella ricerca ma anche trasferimento del sapere, mettendo in contatto l’esperienza degli attori sul territorio con la prospettiva accademica. Come spiegato dalla professoressa Annamaria Astrologo nella sua introduzione alla giornata, questo evento si inserisce in una linea di ricerca e collaborazione con enti dal territorio portata avanti dalla stessa professoressa Astrologo dell'Istituto di diritto IDUSI insieme alla professoressa Sara Greco dell'Istituto di argomentazione, linguistica e semiotica IALS. Il convegno è stato organizzato con Ciao Table, Swiss RJ Forum, Objectif Désistance e Gruppo Giustizia Riparativa Ticino.

Lo scopo di questa giornata è ragionare sulla violenza partendo non dal punto di vista di autori e vittime, ma da quello degli spettatori con l’idea – che è alla base della giustizia riparativa, come ha spiegato Bruno Balestra del Gruppo Giustizia Riparativa Ticino – di responsabilizzare le persone partendo dalla relazione e dall’incontro. Piera Serra dell’associazione Ciao Table ha sottolineato l’importanza di sostenere chi assiste a episodi di violenza creando occasioni di scambio sociale.

Il primo sguardo sulla violenza, in questa giornata basata sulla multidisciplinarietà, è stato quello del diritto: Roy Garré, storico e giudice al Tribunale penale federale, ha spiegato che il diritto si presenta come un metodo per gestire il conflitto che fa ricorso al dialogo e alla parola anziché alla violenza. Tuttavia la relazione non è così semplice: il diritto, in particolare in ambito penale, si è spesso manifestato in maniera violenta, la diffusione di due importanti tradizioni giuridiche come il diritto romano e il Codice napoleonico sono legate alla violenza degli eserciti ma, soprattutto, è nell’ambito familiare che si manifestano i limiti del diritto. Rimane infatti l’ombra del pater familias, figura dotata di poteri quasi assoluti in ambito familiare. Oggi non è chiaramente più così ma nonostante i progressi legati ai diritti umani e, a partire dagli anni Settanta del Novecento, alla maggiore considerazione delle vittime, il diritto continua a fermarsi davanti alla soglia di casa come dimostrano le difficoltà che si hanno nel proibire le punizioni corporali dei bambini.

La ricercatrice dell’Università della Svizzera italiana Rosalba Morese ha invece portato il punto di vista delle neuroscienze sociali, disciplina che studia quello che accade nel nostro cervello in contesti sociali. È così possibile studiare in dettaglio come funzionano fenomeni come l’empatia (nel cervello si attivano aree simili sia quando proviamo dolore sia quando vediamo qualcuno che soffre) o quali interazioni diminuiscono gli effetti dell’esclusione sociale (il contatto fisico risulta più efficace di messaggi di supporto). Particolarmente importante è il cosiddetto “effetto spettatore” (bystander effect): la presenza di altre persone che assistono a un episodio di violenza “disattiva" le aree del cervello che predispongono all’intervento, un effetto che si manifesta anche nelle interazioni digitali.

Sara Greco, professoressa di argomentazione all’Università della Svizzera italiana, ha affrontato il tema della violenza dal punto di vista del linguaggio.
La violenza è spesso circondata dal silenzio di autori, vittime e spettatori; tuttavia le parole, in quanto strumenti, possono essere usate per diversi scopi, incluso ferire. È quindi importante sapere usare il linguaggio per vedere e affrontare la violenza. La professoressa Greco ha presentato tre indizi per riuscire a guardare la violenza nel linguaggio. Il primo è l’attenzione al non detto, a quanto non viene espressamente affermato ma implicitamente presupposto e che è difficile mettere in discussione. Il secondo è relativizzare con formule impersonali il coinvolgimento dell’autore di un atto violento, il “è successo che” al posto di “ho fatto”. E infine l’utilizzo di pronomi come un “noi” che esclude gli altri e non lascia spazio all’individualità di un “io” e un “tu”.
Le parole permettono per fortuna anche di affrontare la violenza tramite un dialogo argomentativo nel quale si riconosce il valore dell’altro e si è disposti ad ascoltarlo e a mettersi in discussione, dialogo che spesso ha bisogno di appositi spazi di ascolto.

Il pomeriggio, come detto, ha visto i partecipanti suddividersi in cinque gruppi per discutere della violenza nei contesti della scuola, della famiglia, della sanità, del lavoro e dei social media. A conclusione della giornata, un rappresentante per gruppo ha illustrato brevemente i contenuti emersi dalle discussioni. Da questa tavola rotonda conclusiva sono emersi alcuni aspetti trasversali, come la tendenza da parte delle istituzioni a nascondere la violenza lasciando soli chi, a scuola o nella sanità e nel mondo del lavoro, si confronta come vittima o spettatore. Per affrontare la violenza sono certamente opportuni alcuni interventi legislativi mirati, ma soprattutto occorre creare spazi di condivisione e dialogo tra i vari attori.

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