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Il Ticino della ricerca medica d'avanguardia

Maurizio Molinari
Maurizio Molinari
Cellula autofaga: in blu il grande nucleo che sta mangiando pezzi di reticolo endoplasmatico che contengono proteine aggregate (in rosso)
Cellula autofaga: in blu il grande nucleo che sta mangiando pezzi di reticolo endoplasmatico che contengono proteine aggregate (in rosso)

Servizio comunicazione e media

Chi è Maurizio Molinari e come è arrivato all’IRB?

Sono nato 50 anni fa a Lugano. Dopo il liceo scientifico mi sono iscritto all’ETH di Zurigo, dove mi sono laureato e, successivamente, ho conseguito il dottorato in biochimica. Ho avuto poi la possibilità di raggiungere la Facoltà di scienze biomediche all’Università di Padova, come ricercatore post-doc. Dato il mio interesse per la biomedicina, a Padova ero inserito nel gruppo di ricerca del Prof. Montecucco che ha scoperto le conseguenze a livello cellulare dell’infezione da tossine come quella tetanica e quella botulinica. Tornato al Politecnico di Zurigo, dopo un paio d’anni sono stato contattato da Antonio Lanzavecchia e da Marco Baggiolini (allora presidente dell’USI), i quali mi chiesero se fossi interessato a lavorare in un nuovo istituto che stava per essere creato in Ticino.

 

Fra i fondatori quindi…

Il principale artefice della nascita dell’IRB è Giorgio Noseda, e l’IRB è nato attorno ai gruppi di Antonio Lanzavecchia e Federica Sallusto (provenienti dal Basel Institute of Immunology di Basilea) e a quelli di Mariagrazia Uguccioni e Marcus Thelen (provenienti dal Theodor Kocher Institute di Berna). Di fatto, sono stato il primo direttore di laboratorio reclutato dopo la fondazione dell’Istituto e ho cominciato la mia attività all’IRB il giorno dell’inaugurazione, nel settembre del 2000. Dal 2008 sono anche Professore Associato del Politecnico Federale di Losanna.

 

Sei sempre rimasto nel campo della ricerca oppure hai svolto attività anche nell’industria?

Mi sono sempre occupato di ricerca fondamentale. Nel mio gruppo all’IRB siamo tutti biologi cellulari, e ciò che vogliamo scoprire è come le cellule esercitano la loro attività fondamentale, ovvero la produzione di proteine. I problemi nella produzione di proteine sono all’origine di patologie molto gravi che vanno dai tumori alle cosiddette malattie rare, che ci interessano particolarmente e che costituiscono una delle principali linee di ricerca nel nostro laboratorio.

 

Che cosa sono le malattie rare?

Innanzitutto una precisazione perché il termine “rara” è fuorviante. Se per alcune malattie rare si ha notizia di pochissime persone colpite (in alcuni casi si parla di 1-2 casi a livello mondiale), altre sono più rappresentate (per esempio ci sono circa 1'000 casi di fibrosi cistica solo in Svizzera). Uno studio promosso dal Consiglio Federale stima che il numero di persone colpite da malattia rara in Svizzera vari da un minimo del 2,2% a un massimo del 12,3% della popolazione. Per il solo Ticino stiamo quindi parlando di un minimo di 7'700 e un massimo di 43'000 persone (fonte).

Molte malattie rare sono causate da mutazioni nel DNA che portano alla produzione di proteine difettose che non possono svolgere correttamente la loro funzione e che spesso si accumulano nelle nostre cellule intossicandole. Lo studio dettagliato di tutte le malattie rare non è ipotizzabile (a oggi se ne conoscono 8'000 e se ne scoprono 5 nuove ogni settimana), quindi è cruciale trovare un modo di raggrupparle in base a caratteristiche comuni che permettano di sviluppare trattamenti applicabili a più patologie diverse.

 

Ci parli del tuo ultimo studio pubblicato sulla rivista Nature Cell Biology?

Nell’ultimo lavoro che abbiamo pubblicato alla fine del 2016 abbiamo descritto la scoperta di un nuovo tipo di autofagia, un fenomeno cellulare descritto per la prima volta 50 anni fa e la cui caratterizzazione è stata sottolineata dall’attribuzione del Premio Nobel 2016 per la medicina. Grazie all’autofagia, le cellule si ‘auto-mangiano’, riciclando vecchie componenti, per esempio vecchie proteine, per produrne di nuove.

La peculiarità del nuovo tipo di autofagia descritta nel nostro articolo è che non ha come scopo quello di riciclare materiale vecchio, quanto quello di distruggere parti della cellula che contengono qualcosa di dannoso. In pratica, il nuovo tipo di autofagia che abbiamo chiamato recover-phagy, permette alle cellule di riprendersi (recover) da uno stress causato dall’accumulo di proteine mutate, mangiando (phagy) questi aggregati tossici. Ricordo che alcune malattie rare sono proprio causate dall’incapacità delle cellule dei nostri organi di rimuovere questi aggregati, e che medicamenti che aumentano la capacità autofagica della cellula sono ormai entrati nella sperimentazione clinica.

 

Cosa si fa in Ticino per aiutare le famiglie “colpite” da malattia rara?

In Ticino e più in generale in Svizzera, si fa già molto, ma si potrebbe certamente fare di più per offrire alle famiglie colpite un’assistenza adeguata per l’ottenimento di diagnosi in tempi brevi, l’accesso ai dati riguardanti le malattie presenti sul territorio e agli eventuali approcci terapeutici esistenti, l’aiuto nel disbrigo di questioni amministrative, sociali e professionali. Il Consiglio Federale alla fine del 2014 ha emanato un Piano Nazionale Malattie Rare che analizza la situazione attuale in Svizzera e pone obiettivi da raggiungere velocemente per colmare la distanza che ci separa dalla situazione, in alcuni campi parecchio migliore, esistente nei paesi che ci circondano. Solo recentissimamente, con la creazione della Piattaforma Malattie Rare Svizzera italiana alla fine del 2016, il Ticino è riuscito ad agganciarsi al Piano Malattie Rare promosso a livello Federale.

 

Un’idea nata quindi all’IRB…

Nel 2015 mi sono chiesto quanti bambini affetti da malattia rara vi fossero in Ticino. Ho posto la domanda ad alcuni pediatri senza ricevere risposte esaurienti. Di fatto, non esiste un registro che raccolga i dati relativi ai pazienti colpiti da questo tipo di malattie. Con il Prof. Ramelli dell’EOC abbiamo avuto una serie di incontri informali con medici, ricercatori, rappresentanti delle associazioni di pazienti e personalità politiche, anche fuori Cantone.

Questi incontri sono diventati sempre più mirati e, grazie all’appoggio del Decano della Facoltà di scienze biomediche dell’USI, Prof. Dr. Mario Bianchetti, e a quello decisivo del Dr. Fabrizio Barazzoni, Capo Area Medica dell’EOC, la nostra iniziativa si è concretizzata nell’ottobre del 2016 con la creazione della Piattaforma Malattie Rare Svizzera italiana, a cui partecipano al momento l’EOC, l’USI, la SUPSI, il Cardiocentro, l’Istituto Oncologico Regionale (IOR), il Neurocentro della Svizzera italiana (NSI), l’Associazione Malattie Genetiche Rare, la Clinica Hildebrand di Brissago e l’IRB, l’Istituto delle Assicurazioni Sociali e il Medico cantonale.

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