Un appello a Berna per "Controllare la pandemia per salvare l'economia"

Un'immagine della Bahnhofstrasse a Zurigo durante il lockdown nella primavera 2020
Un'immagine della Bahnhofstrasse a Zurigo durante il lockdown nella primavera 2020

Servizio comunicazione istituzionale

Nel dibattito scientifico non è inusuale che gli esperti assumano posizioni diverse, anche diametralmente opposte. Anche la discussione in corso sull’opportunità di una nuova chiusura generalizzata in Svizzera per contrastare la seconda ondata pandemica registra pareri divergenti. Un gruppo di economisti attivi in differenti campi di ricerca la settimana scorsa ha lanciato un appello all’attenzione del Consiglio Federale, a cui si raccomanda che venga introdotto rapidamente un secondo ‘lockdown’. Firmatari una cinquantina di professori e professoresse provenienti da quasi tutte le università e politecnici svizzeri, tra cui anche alcuni professori di economia politica e di finanza dell'USI. Una posizione che non trova concordi altri economisti.  

“Ci sono diversi studi che mostrano come la recessione sia avvenuta a causa della crisi sanitaria non per le chiusure, ma perché questa ha portato le persone a cercare il distanziamento sociale e quindi a rinunciare a tutti servizi che richiedono contatti personali (come parrucchiere, ristorante, palestra)”, spiega il Prof. Giovanni Pica dell’Istituto di economia politica dell’USI (IdEP), intervistato dal Corriere del Ticino lo scorso 4 novembre (v. articolo in allegato). “Infatti il calo della domanda non è migliorato dopo l’allentamento delle misure, proprio perché il crollo era ed è dovuto alla paura dei contagi. Inoltre è pure dimostrato che non è vero che i Paesi che chiudono hanno un crollo maggiore del PIL. Il che significa che non c’è un trade-off (compromesso) tra la nostra salute e la salute dell’economia”.

L’appello degli economisti prende spunto anche dai dati empirici finora rilevati negli studi scientifici che hanno analizzato le esperienze eterogenee di numerosi Paesi, spesso in collaborazione con esperti di epidemiologia. La raccomandazione avanzata al Consiglio Federale perché un secondo lockdown venga introdotto rapidamente include infatti un elemento importante a sostegno delle piccole e medie imprese e delle categorie di lavoratori più vulnerabili. “Ovviamente al lockdown va aggiunto un forte intervento di politica fiscale”, commenta nell’articolo del Corriere del Ticino Francesco Franzoni, professore all’Istituto di finanza dell’USI (IFin) e firmatario della lettera. “E la Svizzera ha la grossa fortuna di potersi permettere un maggiore debito pubblico”.

I firmatari della lettera ritengono che misure fiscali siano “interamente appropriate e sostenibili” e che “un sostegno fiscale mirato può produrre un circolo virtuoso, in cui a famiglie e imprese vengono forniti incentivi e ragioni per accettare le ulteriori restrizioni, aumentando quindi la probabilità che tali restrizioni vengano accettate dalla popolazione”.

Ma, come in ogni sano dibattito scientifico, c’è chi la pensa diversamente. Il professore di finanza dell’USI Giovanni Barone Adesi ha infatti sottolineato, sempre nell’articolo del Corriere del Ticino, come “i servizi contruibuiscano al 70% del PIL, è assurdo dire che un secondo lockdown non farebbe male all’economia. Tant’è che tutti i governi sono preoccupati dalle possibili conseguenze. Probabilmente ora servono delle misure più serie di contenimento, ma parlare di lockdown generalizzato non riflette le diverse situazioni in Svizzera. [...] Concordo invece pienamente con il fatto che questo non è il momento di risparmiare: la Confederazione deve dare un forte sostegno al tessuto economico in questo momento di crisi”.

 

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