Un festival di cinema post-apocalittico all'Accademia di architettura di Mendrisio

Servizio comunicazione istituzionale

12 Dicembre 2003

Un piccolo festival di visioni ambientali post-apocalittiche (cortometraggi, documentari, videoarte, fiction), tutti titoli rari e altrimenti invisibili provenienti dai diversi paesi dell’ex Unione Sovietica, viene presentato all’Accademia di architettura di Mendrisio nei giorni 16, 17 e 18 dicembre. Le proiezioni avranno luogo ogni pomeriggio a partire dalle ore 18.30 nell’aula magna dell’Edificio Canavée (aula C063/64).

Con questa rassegna cinematografica, intitolata Blue soviet, s’intende offrire agli studenti e al pubblico (le proiezioni sono gratuite e aperte anche ai non iscritti all’Accademia) una riflessione sui temi sempre drammaticamente d’attualità delle risorse energetiche, del nucleare e dell’inquinamento ambientale.

Blue Soviet costituisce un primo esperimento di documentazione cinematografica che viene messa al servizio del lavoro dei futuri architetti e operatori del territorio, esperimento reso possibile da una collaborazione interdisciplinare. I film presentati sono tutti stati acquisiti per l’archivio audiovisivo dell’Accademia, con l’intento di arricchire un fondo di strumenti base, propedeutici alla ricerca e all’analisi attraverso il cinema e il video.

Il piccolo festival Blue Soviet è nato da una proposta che un gruppo di studenti dell’Accademia impegnati in uno stage in Bielorussia in preparazione del diploma ha fatto al corso di Teoria e storia delle forme cinematografiche. La rassegna è stata pensata come una prima collaborazione intercattedra tra l’atelier dell’Arch. Aurelio Galfetti coadiuvato da Nicole Beier-Cabrini, la cattedra di Ecologia umana del Prof. Riccardo Petrella e la cattedra di Storia dell’arte moderna e contemporanea del Prof. Marco Müller.

Curatrice del piccolo festival è stata la ricercatrice russa Dott.ssa Aliona Shumakova in collaborazione con la Dott.ssa Cecilia Liveriero Lavelli e sotto la supervisione dell’ex Direttore del Festival di Locarno.

 

Martedì 16 dicembre 2003, ore 18.30

Bielorussia, mia Bielorussia

(URSS/1985), documentario di propaganda, 19', a colori, vers. ital.
La presentazione della Bielorussia repubblica sovietica in versione ufficiale “anni ‘80”, poco prima di Cernobyl. Immagini patinate cercano di abbellire la vita sovietica nel suo immobilismo e grigiore, uno scenario misterioso per lo spettatore occidentale (ma che ormai si rivela una verità dissolta).

 

Cernobyl, cronaca di una settimana difficile

(URSS/1986), di V. Shevchenko, 60', b/n, vers. ital.
La documentazione dell’accaduto a Cernobyl: interviste, un tentativo di spiegazione e valutazione del disastro dal punto di vista ufficiale in un’URSS ancora pre-sfascio. Nella miglior tradizione delle pellicole di divulgazione scientifica, è un documentario che ben poco “documenta”, per costruire, invece, un’altra realtà che sposi l’ottica della dottrina vigente. Più che delle distorsioni della verità si tratta di portare il racconto altrove. Uno sguardo tempestivo e insieme “fuori luogo e fuori tempo”, un’autodenuncia involontaria, comunque un interessante documento d’epoca.

 

Once upon the time

(Bielorussia/2001), di Galina Adamovic, 15', a colori, solo musica
Un breve racconto lirico attraverso immagini che dovrebbero parlare da sole: fotografie di gente comune, luoghi ora compromessi dalla tragedia di Cernobyl. A molti anni di distanza ecco la denuncia nelle immagini crude di bambini trasfigurati dalle malattie, di villaggi abbandonati, storie intrise di solitudine, quasi di una folla spettrale.

 

Ore 20.30

 

Lettere di un uomo morto

(URSS/1986), di Konstantin Lopuschanskij, 90', b/n, vers. russa con trad. simultanea
Per molti, il capolavoro fantascientifico sovietico, un racconto drammatico sul futuro post-atomico. Gli scenari di un’URSS dopo l’apocalisse, la vita dei superstiti durante il cosiddetto “inverno atomico” ricordano da vicino il dopo-Cernobyl.

 

Mercoledì 17 dicembre 2003, ore 18.30

Kazakhstan sovietico

(URSS/1985), documentario (prodotto su commissione dell’associazione sovietica “Amicizia coi popoli esteri”), 12', a colori, vers. ital.
Un altro classico esempio di film di propaganda sovietica anni ‘70: immagini di una repubblica asiatica felice, prospera e piena di risorse. Una costruzione immaginaria sulla realtà, da cui il passato prossimo emerge lontano come da uno scavo archeologico.

 

Joctau. Cronaca di un mare morto

(Kazakhstan/1989-1990), di Sergej Azimov, 90', colori, vers. orig. russa con trad. simultanea
Film documentario dedicato al mare interno di Aral, in via di estinzione. Il migliore tra i primi film-denuncia del periodo appena post-sovietico, uno sguardo sul problema ecologico dal punto di vista della popolazione locale: generazioni che si ricordano il lago salato, accanto a una generazione che non l’ha mai visto e mai lo vedrà. Il concetto del film è racchiuso nel titolo: joctau è la parola kazakha per definire il pianto per i morti durante la cerimonia di sepoltura. La testimonianza dolorosa e sofferta della morte del mare, che determina conseguenze funeste su tutto e su tutti.

Giovedì 18 dicembre 2003, ore 18.30

Poligono

(Kazakhstan/1990), di Vladimir Rerikh e Oraz Rymzhanov, 90', colori, vers. originale russa con trad. simultanea
Il film racconta la più dolente delle piaghe dell’Asia Centrale – nonché l’argomento fosse fino ad appena una decina d’anni fa inaffrontabile per motivi politici – la storia delle sperimentazioni nucleari di Semipalatinsk.

Un “j’accuse” lanciato al sistema sovietico, questo documentario ha vinto numerosi premi ed è divenuto il cavallo di battaglia per il movimento antinucleare mondiale. Un documentario di denuncia molto argomentato (anche se una certa politicizzazione, inevitabile, prevale). Eppure, questa denuncia politica è una preziosa testimonianza che restituisce al cinema documentario il valore di, appunto, “documento”.

 

Donbass ieri e oggi

(URSS/1974), di A. Vistorez, 25', a colori, vers. ital.
Un documentario prettamente sovietico che ammicca alla celebre e discussa Sinfonia di Donbass di Dziga Vertov, padre della cinematografia documentaristica sovietica. Uno sguardo interessante che sposa un approccio alla divulgazione scientifica, una fedele visione di propaganda con immagini di repertorio. In questo modo traduce il concetto di Vertov del “mostrare la vita com’è” in un linguaggio postumo ufficiale dei documentari di regime.

 

Puschkin Lift

(Ucraina/2003), di Hugo Schär, 23', colori, sonoro senza dialoghi
Suoni, rumori e immagini si succedono senza sosta in un’ossessione del quotidiano che trascina i minatori a 1200 metri di profondità nelle miniere di carbone di Gorlovka. L’obiettivo cattura gli eventi senza lasciarsi sfuggire il ritmo incalzante del mondo sommerso nel rischio, cui si contrappone il peso del cielo livido. Un poema lirico dell’oscillazione tra alto e basso, tra fatica fisica ed elevazione spirituale, tra durata e fugacità, un gioco di contrasti portati all’esasperazione con paziente ripetitività.

 

Ore 21.00

 

RECUPERATA UN’ANTEPRIMA EUROPEA

Aynalajyn di Bolat Kalymbetov, un “film invisibile” all’Accademia di architettura di Mendrisio

Il Ticino si conferma terreno fertile per ogni sorta di “scoperte” cinematografiche. Anche quando i (piccoli) festival sono organizzati in ambito universitario e destinati alla formazione di futuri architetti. È infatti stato recuperato fortunosamente – e solo all’ultimo momento, quando si pensava che ancora una volta il film non potesse varcare le frontiere del Kazakhstan – il film di denuncia ecologica Aynalajyn di Bolat Kalymbetov. Questa opera importante del cinema dissidente centroasiatico, che data dell’ultimo anno del regime sovietico, ha subito avuto problemi con la censura. È rimasta occultata anche nel nuovo Kazakhstan indipendente, dove ha avuto una circolazione solo confidenziale, rimanendo praticamente bloccata per la diffusione internazionale.

Il film di Kalymbetov verrà proiettato per la prima volta in Europa occidentale nell'ambito di Blue Soviet.

Aynalajyn è un canto dolente sulla lenta disintegrazione di un villaggio kazakho, devastato dalle conseguenze di una crescita industriale troppo accelerata. Attraverso quadri laceranti di vita umana avvelenata da scorie non solo industriali ma anche mentali, Kalymbetov intreccia storie di degrado ecologico e sociale senza mai direttamente rivelare la causa del male, lasciandola intuire allo spettatore attraverso un montaggio di emozioni. Un’opera cinematografica costruita sulla giustapposizione di inedite scene di mondo sull’orlo del crollo, quando il lento soffocamento dell’ambiente decreta il degrado di una società.

 

Informazioni

Amanda Prada, Accademia di architettura, tel. +41 91 640 49 69, e-mail [email protected]

 

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