Patrimonio culturale e conflitti armati

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Servizio comunicazione istituzionale

4 Luglio 2022

La guerra in Ucraina presenta anche, oltre alla tragedia della perdita di vite umane, il dramma della distruzione del patrimonio artistico-culturale. Ne parliamo con il professor Lorenzo Cantoni, direttore della “UNESCO Chair in ICT to develop and promote sustainable tourism in World Heritage Sites”, presente all’USI dal 2013. La conversazione ci aiuta a comprendere il ruolo dell’arte e della cultura anche durante un conflitto armato, e quali siano gli accordi internazionali in tal senso. È inoltre un’occasione per verificare come l’USI sostenga studenti e ricercatori di quel paese.

 

Professor Cantoni, in questi mesi abbiamo osservato, con un certo stupore, che le attività culturali in Ucraina non si sono fermate in questi mesi di guerra: vi sono concerti, mostre, spettacoli...

È vero: si tratta di una reazione molto importante, anche se a prima vista poco comprensibile.

In un contesto in cui la sopravvivenza fisica diventa una delle preoccupazioni principali, ci si aspetterebbe la sospensione delle attività culturali. Al contrario: esse costituiscono un modo di riaffermare che siamo molto di più di quanto una guerra può minacciare e distruggere. Che il nostro spirito, la nostra cultura è più forte della violenza e della morte.

In occasione dei totalitarismi del secolo ventesimo, nazismo e comunismo, abbiamo visto numerosi artisti rivendicare la verità e la libertà anche in mezzo ai campi di concentramento e ai gulag; penso per esempio all’opera di Aleksandr Solženicyn, premio Nobel per la letteratura nel 1970, che ha saputo trasformare in alto racconto letterario la sua esperienza di detenuto in Unione Sovietica.

In un periodo in cui la menzogna e la morte la fanno da padrone, vi è ancor più la necessità di riaffermare il valore dello spirito e di ciò che ci rende umani.

 

In ogni conflitto armato non vengono solo colpite le persone, ma anche le cose e, fra queste, beni artistici e culturali. Qual è il ruolo dell’UNESCO?

Subito dopo il secondo conflitto mondiale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ha promosso una riflessione su come si potesse attenuare l’impatto di un conflitto sui beni artistici. Erano ben evidenti gli effetti della guerra da poco conclusa, con i suoi saccheggi e bombardamenti, ma era altrettanto chiaro che ogni guerra aveva avuto effetti simili: pensiamo, per esempio, ai furti di opere d’arte fatte da Napoleone nelle sue varie campagne.

Nel 1954 è stata dunque stipulata all’Aia la Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, a cui hanno fatto seguito due protocolli, nello stesso 1954 e nel 1999 (quest’ultimo non sottoscritto dalla Russia). Mentre le quattro Convenzioni di Ginevra si occupano della tutela delle persone in caso di conflitti armati, costituendo così la base del diritto internazionale umanitario, quella dell’Aia stabilisce che le parti “si obbligano a rispettare i beni culturali, situati sul proprio territorio o su quello delle altre Alte Parti contraenti, astenendosi dall’impiego di tali beni, dei loro dispositivi di protezione e delle loro immediate vicinanze, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a deterioramento in caso di conflitto armato, e astenendosi da ogni atto di ostilità verso gli stessi” (art. 4, 1).

Successivamente, sempre a tutela del patrimonio artistico “tangibile”, l’UNESCO ha promosso la Convenzione sulle misure da prendere per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà di beni culturali (1970), la Convenzione per la protezione del patrimonio mondiale, culturale e naturale (1972), di cui si occupa in particolare la cattedra dell’USI, e la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo (2001).

 

L’UNESCO svolge un’attività di vigilanza relativamente al conflitto in Ucraina?

Certamente. Il rapporto più recente dell’UNESCO, pubblicato lo scorso 20 giugno e aggiornato il 28 dello stesso mese, ha verificato che dallo scorso 24 febbraio sono stati danneggiati 154 siti: 70 edifici religiosi, 12 musei, 30 edifici storici, 19 edifici dedicati ad attività culturali, 16 monumenti e 7 biblioteche. Al momento non risulta danneggiato alcun sito del patrimonio mondiale dell’umanità protetto dalla Convenzione del 1972.

L’attività di monitoraggio si accompagna poi ad attività di sensibilizzazione, di supporto e di coordinamento degli interventi.

 

Uno degli effetti drammatici di un conflitto è l’impatto su studenti e docenti. Professor Cantoni, lei è anche Prorettore vicario e Prorettore per la formazione e la vita universitaria: che cosa sta facendo l’USI in proposito?

L’USI sostiene studentesse e studenti coinvolti dal conflitto sia attraverso prestiti e borse di studio dedicate, sia con la definizione di modalità di ammissione “eccezionali”, che tengano conto della situazione delicata di queste persone.

La nostra università è inoltre impegnata in numerose altre iniziative, coordinate dal Servizio relazioni internazionali, per esempio a supporto di ricercatrici e ricercatori, sia dall’Ucraina, sia dalla Russia e dalla Bielorussia, dove la libertà d’insegnamento e di opinione sono fortemente minacciate.

 

 

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