La verità richiede prospettive. Una riflessione sulla libertà accademica. Di Leonardo Manna

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Servizio relazioni internazionali e mobilità

9 aprile 2026

La verità richiede prospettive. Una riflessione sulla libertà accademica.
Di Leonardo Manna

Immagina di voler descrivere un tramonto: un fisico parlerà di lunghezze d’onda e angoli di rifrazione; un pittore mescolerà rosso cadmio e giallo di Napoli sulla tela, inseguendo quella sfumatura di arancione che vibra sull'orizzonte; un poeta scriverà «contro il fusto che s’inargenta / con le sue rame spoglie / mentre la Luna è prossima a le soglie», come fa D’Annunzio nel suo Alcyone; un biologo spiegherà come gli uccelli migratori leggano nei colori del crepuscolo una mappa invisibile ai nostri occhi; mentre un credente reciterà un Salmo, riconoscendo in quella bellezza qualcosa che eccede ogni misura.

Cosa sta succedendo davvero? Ognuno non inventa una propria verità soggettiva. Il tramonto esiste nella rete di relazioni che intreccia con chi lo incontra, le lunghezze d'onda non sono «il tramonto vero» mentre l'emozione del poeta avrebbe meno verità, sono modi reali, legittimi, necessari di entrare in relazione con quel fenomeno. Ciascuno rivela strati che negli altri resterebbero sommersi.

Questo è il cuore di una scoperta che attraversa la fisica contemporanea e la filosofia degli ultimi decenni. La realtà non è fatta di cose isolate ma di relazioni complesse, infatti, dalla meccanica quantistica alla filosofia dell’informazione sappiamo che la velocità non è una proprietà assoluta ma sempre velocità in rapporto a un punto di riferimento. Persino spazio e tempo non sono contenitori vuoti ma reti di relazioni tra eventi: un oggetto esiste pienamente solo quando entra in relazione con qualcuno capace di interrogarlo.

Se questo vale per la fisica, quanto più vale per la conoscenza umana, per l’etica, per il senso che diamo all’esistenza? Ogni disciplina non è semplicemente un «altro punto di vista» su una realtà già data, ma è un modo specifico di entrare in relazione con aspetti del mondo, di produrre significati che esistono solo in quella relazione particolare.

Prendiamo La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, un critico letterario lo analizza come sperimentazione linguistica, uno psicoanalista vi cerca nodi edipici, uno storico lo contestualizza nel ventennio fascista e un lettore lombardo riconosce paesaggi familiari trasfigurati dalla prosa. Chi ha la prospettiva corretta? Tutti, sebbene con un’avvertenza che cambia tutto.

La pluralità non è un valore in sé, è una necessità ontologica, perché la realtà si manifesta solo attraverso relazioni multiple, anche se nessuna le esaurisce. Questo non significa che ogni relazione valga quanto le altre, alcune sono più dense, più articolate, più capaci di reggere il peso di quello che incontrano. Lo storico che lavora su fonti convergenti non “decide” la verità, la lascia affiorare da una rete di relazioni che ha una resistenza propria, che non dipende da lui. Una conoscenza è robusta perché regge, cioè sostiene il confronto con altre prospettive, resiste all’interrogazione, apre domande invece di chiuderle.

Questo è il punto nel quale sia il relativismo che il vecchio assolutismo sbagliano, per ragioni speculari. La teoria della relatività non ha dimostrato che Newton «aveva torto», ha mostrato che le sue leggi funzionano magnificamente a certe scale ma non ad altre. La meccanica quantistica non ha cancellato la fisica classica, ha rivelato che il mondo ha strati di realtà che richiedono linguaggi diversi. La verità storica è rigorosa senza essere assoluta, robusta senza essere definitiva.

Qui si apre la questione più difficile: quando costringiamo al silenzio una studentessa, un pensatore, una testimone, non perdiamo solo un’opinione, stiamo spezzando una relazione costitutiva con il reale. Certi aspetti del passato smettono letteralmente di esistere quando le relazioni che li facevano vivere vengono recise. Non è una metafora, piuttosto un’affermazione precisa. La censura non è sbagliata solo perché viola un diritto, ma perché taglia connessioni attraverso cui pezzi di mondo si rendevano visibili. Chi ha vissuto conflitti, persecuzioni, esili forzati interroga la propria disciplina con domande che nascono da quelle ferite, vede connessioni, apre strade che sfuggono completamente a chi vive in accademie stabili e sicure. Quel sapere non è altrove, in attesa di essere recuperato, emerge in quella relazione e in nessun’altra.

Vale la pena sostenere questo punto contro un’obiezione prevedibile. Si potrebbe rispondere che la storia si è già scritta, che i fatti restano anche senza il testimone. Tuttavia, l’obiezione è ancor più debole di quanto sembri. La storia non è l’accaduto grezzo ma la rete di domande che la fanno parlare. Chi interroga cambia, cambiano le domande possibili, cambia ciò che emerge, esattamente come l’osservatore in meccanica quantistica non è uno spettatore passivo di fenomeni preesistenti, ma è la condizione della loro manifestazione.

Quando un regime autoritario censura gli storici, non impone soltanto una narrazione ideologica, impedisce che certe testimonianze risuonino, che certe memorie si intreccino nella comprensione collettiva. Il danno non è solo che «non sapremo mai certe cose», ma come ci verranno narrate, rischiando che certi aspetti del passato smettano di manifestarsi.

Il tema «Truth Matters» ha dunque un significato preciso: la verità è una rete vivente di relazioni, attraverso cui il mondo prende forma e produce significati. La verità è dinamica, plurale, incarnata nelle pratiche concrete di chi cerca di comprendere. Proteggere la libertà accademica significa proteggere la molteplicità di queste relazioni, non solo perché «tutte le opinioni valgono», che sarebbe un’idiozia, ma anche perché alcune relazioni con il reale sono più profonde, più capaci di sostenere il peso di ciò che incontrano.

Quando l’USI accoglie uno studente a rischio, compie un atto epistemico prima ancora che umanitario. Ospitare voci che portano l’attrito delle proprie ferite nel sapere condiviso, rende il pensiero collettivo più difficile ma più vero. Proteggere questi studenti non è solo un atto di solidarietà, è riconoscere che il loro sapere, prodotto in quelle relazioni specifiche, non è recuperabile altrove. In un’epoca dominata da algoritmi che creano bolle omologanti e da velocità che impediscono profondità, preservare spazi dove molteplici modi di interrogare il reale possano coesistere è vitale. Più relazioni spezziamo, più pezzi di realtà smetteranno di manifestarsi.

La verità non esiste in astratto. Esiste quando qualcuno sa porre le giuste domande, quando molteplici sguardi la fanno affiorare nella sua ricchezza. «Truth matters» non è disgiungibile da una relazionalità costante. Il rovescio della medaglia è che questa relazionalità ha un costo: Università che proteggono solo le voci già confortevoli non proteggono la verità, la impoveriscono.

Il dott. Leonardo Manna è ricercatore affiliato presso la Facoltà di Teologia di Lugano (FTL) dell'USI. La sua ricerca si colloca all’intersezione tra filosofia della religione, ontologia relazionale e filosofia dell’informazione, con un focus sulla metafisica della relazionalità divina e sull’etica degli ambienti digitali. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste tra cui Phenomenology and Mind, Nuova Secondaria e Rivista Teologica di Lugano.

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Questo testo è parte di una serie di contributi sulla libertà accademica vista da diverse prospettive e ambiti di studio e ricerca, evidenziandone il carattere interdisciplinare. Accogliamo con piacere i contributi e le riflessioni di tutta la comunità accademica dell’USI. Informazioni dettagliate sull’iniziativa sono disponibili qui.

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