Giornata Internazionale dell'Igiene Mestruale
Servizio pari opportunità
28 maggio 2026
La data della Giornata Internazionale dell'Igiene Mestruale non è una scelta casuale. Il 28 maggio richiama in modo simbolico il ciclo mestruale: il numero 28 corrisponde alla durata media del ciclo, mentre maggio – quinto mese dell'anno – rimanda ai circa cinque giorni di durata media delle mestruazioni. La Giornata è stata promossa per la prima volta dall'organizzazione non governativa WASH United nel 2013 e celebrata per la prima volta il 28 maggio 2014. Da allora l'obiettivo è sempre lo stesso: rompere i tabù che ancora circondano le mestruazioni e diffondere una cultura della salute mestruale libera da stigma.
Avere a disposizione un assorbente in caso di necessità può sembrare un dettaglio. Per molte donne e ragazze, però, non lo è affatto. Il ciclo mestruale continua, infatti, a rappresentare, ancora oggi, una realtà spesso accompagnata da imbarazzo, rinunce e, in alcuni casi, vere e proprie situazioni di disagio, che includono la difficoltà di accedere facilmente a prodotti mestruali adeguati e a spazi sicuri e dignitosi. Si parla spesso di precarietà mestruale: la difficoltà di accedere con continuità a prodotti mestruali adeguati, a informazioni corrette e a spazi sicuri per gestire il flusso mestruale. Una condizione che può avere conseguenze concrete sulla qualità della vita, sulla partecipazione sociale e persino sul percorso formativo e professionale delle persone coinvolte. Anche in contesti economicamente sviluppati, infatti, il ciclo mestruale continua spesso a essere considerato una questione esclusivamente privata, con il risultato che molti bisogni restano invisibili. Affrontare questo tema all'interno di un'università significa allora riconoscere che i contesti accademici sono spazi che contribuiscono a costruire modelli culturali. Fornire prodotti mestruali nei campus significa riconoscere un bisogno reale e introdurre un principio di equità sostanziale. Prima ancora che un gesto pratico, è un messaggio culturale.
Troppe donne, ricordano, crescono con l'idea che – dolore e disagio legati al ciclo mestruale vadano semplicemente sopportati – un'abitudine che porta a minimizzare sintomi importanti e a ritardare diagnosi. L'endometriosi ne è l'esempio più noto: una patologia cronica che ancora oggi sconta ritardi diagnostici significativi, anche perché il dolore mestruale viene troppo spesso considerato "normale". Lo stesso silenzio ha condizionato a lungo la ricerca scientifica; per decenni le donne in età fertile sono state sottorappresentate nei trial clinici, con il risultato di modelli e protocolli sviluppati prevalentemente su dati maschili. Oggi la medicina si muove verso un approccio più equilibrato e inclusivo, ma resta molto da fare anche sul fronte della sicurezza dei prodotti, la cui composizione è oggetto di crescente attenzione scientifica.
Leggi l'approfondimento "Salute mestruale, equità e cultura: perché le Menstrual stationdell'USI sono molto più di un servizio" di due specialiste della Facoltà di scienze biomediche dell'USI: la Professoressa Maria Luisa Gasparri, ginecologa e senologa, Caposervizio presso il Dipartimento di Ginecologia e Ostetricia dell'EOC e fondatrice dell'associazione GO WINneRS - Women in Research, Gyn&Ob, e la Professoressa Stefania Rizzo, radiologa, Viceprimaria presso la Clinica di Radiologia dell'IDISI-EOC e membro del Comitato della stessa associazione. Il loro messaggio è chiaro: parlare apertamente di mestruazioni serve a ridurre stigma e disinformazione.
Nei bagni dei campus dell'Università della Svizzera italiana, è possibile trovare prodotti mestruali gratuiti. Le "Menstrual station", dispenser pensati per offrire un supporto immediato a studentesse, collaboratrici e visitatrici nel momento del bisogno, nascono con un obiettivo preciso: contribuire a una maggiore sensibilità sul tema della salute mestruale e, al tempo stesso, favorire benessere, inclusione e qualità della vita universitaria. Il progetto si inserisce in una visione più ampia del ruolo dell'università contemporanea. L'inclusione, infatti, non è un principio astratto, si costruisce attraverso scelte concrete e attenzioni quotidiane. Riconoscere bisogni spesso considerati invisibili e creare spazi più attenti alla realtà delle persone significa contribuire a un ambiente universitario più consapevole. Perché il progresso si misura anche nella capacità delle istituzioni di ascoltare i piccoli bisogni quotidiani e trasformarli in azioni concrete.
Per maggiori informazioni sull'iniziativa guarda il video e contatta il Servizio pari opportunità dell'USI.