Epidemiologia e urbanistica: un articolo di Sascha Roesler sulla NZZ

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Servizio comunicazione istituzionale

4 Maggio 2020

Quale rapporto c’è tra epidemiologia e urbanistica? Sascha Roesler, professore assistente presso l’Accademia di architettura dell’USI all’interno dell’Istituto di storia e teoria dell’architettura (ISA), approfondisce il tema in un articolo pubblicato recentemente sulla Neue Zürcher Zeitung e in un video, mostrando come questi due concetti abbiano una storia e un futuro in comune.

Il problema dell’igiene ha influenzato nel corso della storia la nostra comprensione dell’abitare, fino alla nostra concezione odierna di un edificio. “L'urbanistica moderna si basava innanzitutto sulla necessità di regolare la distanza tra persone, oggetti ed edifici. A questo proposito, ha fornito una vera e propria teoria della distanza sociale, che concepisce l'interno e l'esterno come aree strettamente separate, definendo cosa tenere in casa e cosa invece lasciare all’aperto. Questa classificazione includeva sia le persone che i virus o il calore”, spiega Roesler nell’articolo.

Se pensiamo alle città preindustriali, queste affrontavano la diffusione di malattie infettive come la peste, il colera, la tubercolosi, la malaria. “Solo nella seconda metà dell'Ottocento, in una lettura scientifica, è stato possibile comprendere il nesso tra urbanistica, igiene ed epidemiologia. Ad esempio, le alte temperature esterne, combinate con le cattive condizioni igieniche delle città, sono state sempre più riconosciute come causa di vari tipi di malattie dell’Ottocento”. Il collegamento tra la qualità dell’acqua potabile e il sistema fognario, per esempio, è stato motore di innovazione mediche e di sviluppo urbano. L'architettura moderna e l'urbanistica hanno poi contribuito in modo decisivo allo sviluppo di un'immagine di un'Europa “igienica” nella prima metà del XX secolo, con la riduzione della densità di occupazione degli spazi abitativi, la definizione delle distanze tra gli edifici, ecc.

Se da una parte con la diffusione del coronavirus l'architettura e l'urbanistica sentono ancora una volta la necessità di affrontare il problema dell'igiene nelle città europee, dall’altra lo stato di emergenza imposto dallo Stato sta portando a vedere le città come uno spazio sperimentale di esperienza, rafforzato da un nuovo tipo di coinvolgimento della società civile, rendendo centrali i concetti di Living Lab e Smart City. Le discussioni in corso intorno a questi due concetti, infatti, indicano secondo Roesler che il coronavirus cambierà radicalmente la cultura della pianificazione in Europa.

Con i Living Lab “l'obiettivo è quello di combinare le scoperte scientifiche con la loro applicazione diretta in situazioni di vita reale attraverso un adeguato feedback; le città sono un terreno di prova ideale per questo. Le forme emergenti dell'e-learning e dell'home office stanno attualmente cambiando la nostra comprensione del lavoro e la disponibilità a viaggiare per esso, mentre nuove forme di solidarietà quotidiana stanno cambiando il nostro rapporto con il quartiere, con la comunità”, spiega Roesler.

Inoltre, le città-stato come Singapore utilizzano il concetto di pianificazione della Smart City per collegare in modo completo lo spazio della città con le informazioni derivate dai dati, esaminando per esempio i flussi di trasporto di energia o ancora tracciando i movimenti degli abitanti delle città infette, toccando delicate questioni legate ai diritti personali. “Sembra essere giunto il momento di un serio dibattito in Europa sulla legittimità sociale dei concetti di smart city”, conclude Roesler.

L'articolo completo, in tedesco, è disponibile qui: www.nzz.ch/feuilleton/epidemiologie-und-stadtplanung-haben-eine-gemeinsame-geschichte-und-auch-zukunft-ld.1549809

 

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