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Studiare la salute "sulla popolazione"

Il Prof. Emiliano Albanese
Il Prof. Emiliano Albanese

Servizio comunicazione istituzionale

Emiliano Albanese è epidemiologo e professore ordinario presso la Facoltà di scienze biomediche e direttore dell'Istituto di sanità pubblica all'USI. I suoi interessi di ricerca e accademici si trovano in tre aree principali e interconnesse: la demenza, l’invecchiamento e la salute mentale. Tra i suoi numerosi incarichi, il Prof. Albanese è stato direttore del Centro di Collaborazione dell'OMS per la ricerca e la formazione sulla salute mentale a Ginevra. Per la rivista Ticino Welcome abbiamo parlato con lui di crisi pandemica e di ricerca epidemiologica. 

La pandemia del nuovo coronavirus ha preso d'assalto il mondo, costringendo i governi ad adottare misure senza precedenti per evitare il peggio. Ora, dopo la fase di confinamento, è il momento di capire cosa è successo e, soprattutto, come evitare che ciò accada in futuro. Mentre i laboratori di ricerca di tutto il mondo stanno correndo contro il tempo per sviluppare vaccini e terapie, una particolare categoria di medici – gli epidemiologi – sta lavorando alacremente per capire l'impatto dell'epidemia e le misure di salute pubblica necessarie. L'epidemiologia, che letteralmente significa "lo studio di ciò che sta accadendo alle persone", è una pietra miliare della salute pubblica e influenza le decisioni politiche e le pratiche basate sull'evidenza identificando i fattori di rischio per le malattie e gli obiettivi per la prevenzione sanitaria. Gli epidemiologi si affidano anche ad altre discipline scientifiche, come la biologia, la chimica, ecc., per comprendere meglio i processi di malattia, e le statistiche per fare un uso efficiente dei dati e trarre conclusioni appropriate, così come le scienze sociali per identificare le cause. In maggio, la Swiss School of Public Health (SSPH+) ha lanciato Corona Immunitas, un programma di ricerca su scala svizzera per la raccolta di dati epidemiologici sull'immunità alla SARS CoV-2 e sull'impatto dell'epidemia di COVID-19 sulla popolazione. L'indagine sarà condotta in Ticino coinvolgendo istituzioni accademiche, in particolare l'USI e la SUPSI, e altri attori pubblici e privati della regione. 

Prof. Albanese, la popolazione deve probabilmente ancora familiarizzare con il termine epidemiologia. Potrebbe spiegarne il significato? 

Epidemiologia ed epidemia sono termini con la stessa radice etimologica: epi + demós, ovvero “sulla popolazione”. Epidemiologia significa studiare la salute e le sue determinanti a livello della popolazione, una definizione operativa che la distingue dall’attività clinica, che si caratterizza dal rapporto individuale con i pazienti, i malati. L’epidemiologia invece si occupa di tutta la popolazione, quindi anche dei malati. I metodi e approcci sono perciò diversi, così come gli scopi. L’epidemia è la distribuzione di una malattia nel tempo e nello spazio, una malattia che si manifesta in modo importante per numero di casi oppure per concentrazione in un certo lasso di tempo. Questa manifestazione avviene nella popolazione generale, con molte più persone che si ammalano in un periodo breve, che è proprio ciò che stiamo vivendo in questa fase con il nuovo coronavirus. Lo scopo dell’epidemiologia in senso esteso è quello di studiare non solo i fenomeni di salute, come le malattie e come si diffondono, ma anche le determinanti, quindi osservare e descrivere. È una disciplina molto quantitativa, e risponde a domande tipo ‘Quanti casi ci sono? Quante persone hanno la malattia?’. L’epidemiologia risponde anche a un’altra domanda, di natura più analitica, su quali sono i fattori, le caratteristiche associate alla manifestazione di una malattia nella popolazione, che normalmente chiamiamo il fattore di rischio e protettivi. L’epidemiologia si interessa ai fattori di rischio e protettivi per due ragioni. La prima, per aiutare a risalire alle cause di una malattia fornendo degli indizi utili all’indagine scientifica. La seconda, per identificare gli elementi che si associano alla malattia, che possono aiutare a definire gli interventi da intraprendere, in primis quelli legati alla promozione della salute, ma anche quelli necessari per trattare e curare le malattie.

Quali sono le sfide maggiori del programma Corona Immunitas? 

Un aspetto importante di un’epidemia, ovvero della diffusione rapida di una malattia provocata da un virus, riguarda tutte le conseguenze che questa diffusione rapida può causare. Molte di queste conseguenze sono quelle legate alle misure di sanità pubblica, che ormai tutti conosciamo – quarantene, isolamento dei malati, distanziamento sociale, chiusure delle scuole ecc. Ma la malattia non significa soltanto il virus e le sue manifestazioni cliniche, che sono certamente centrali e importanti. Infatti, la maggior parte delle persone non si è ammalata, non ha visto la malattia e il virus, ma ha comunque vissuto le conseguenze della malattia. Lo scopo del programma Corona Immunitas, che si fonda sull’approccio epidemiologico, è di studiare l’impatto del macro-fenomeno causato dal virus Covid-19, che comprende anche tutte le altre condizioni in cui ci siamo trovati a vivere. Vogliamo capire, tramite l’osservazione e la misurazione, la dimensione di questo macro-fenomeno e le sue caratteristiche, così come i meccanismi d’impatto sugli individui e sulla popolazione in generale. Vogliamo capire se ci sono dei vissuti, delle conseguenze diverse nei sottogruppi della popolazione – per età, classe sociale ecc. – e con l’approccio epidemiologico, quindi, si guarda oltre le persone ammalate, oltre la presenza oppure no del virus nelle persone. Questo significa mettere in piedi uno studio che innanzitutto comprenda una fetta molto ampia della popolazione, con un campione molto rappresentativo, e che allarghi molto lo sguardo e misurare il fenomeno ben oltre la dimensione clinica della malattia. 

Che cosa abbiamo imparato finora da questa pandemia in fatto di misure prese e, guardano al futuro, di politica sanitaria? 

La misura principale che abbiamo preso rientra in quella che si chiama “strategia di mitigazione”, cioè di riduzione dell’impatto dell’epidemia, e della malattia in quanto tale, sul sistema sanitario. Si è attuata tale misura cautelativa, indipendentemente dal rischio oggettivo delle singole persone, cioè di farle rimanere a casa, per evitare che tanti si ammalassero. Ma si tratta di misura molto generica, che non ha precedenti in epoca moderna, e che è stata introdotta perché si conosceva molto poco – e si conosce ancora poco – la malattia provocata dal nuovo coronavirus. Banalmente, non conosciamo ancora come la malattia si manifesta ed esordisce, qual è il “tempo di incubazione”, cioè il periodo durante il quale una persona non ha alcun sintomo, non appare malata, ma è contagiosa. In realtà, le misure di salute pubblica che rientrano nella strategia di mitigazione, e lo si è detto più volte, non sono volte a ridurre l’impatto della diffusione della malattia per proteggere la popolazione, ma servono a proteggere il sistema sanitario. Questo è molto importante, perché se salta il sistema sanitario, che è uno strumento centrale del funzionamento della società, di fatto si avrà un ampio sconquassamento socio-economico. Le altre malattie, così come le altre dimensioni delle nostre vite, continuano a esistere, e se il sistema sanitario collassa si perde di fatto l’equilibrio nel quale la nostra società vive. Cosa abbiamo imparato finora? Una strategia come quella che è stata adottata nella provincia di Wuhan, ovvero di soppressione della malattia, con misure molto più rigide di quelle che abbiamo conosciuto in Occidente, perseguiva uno scopo diverso. Si voleva, di fatto, far cessare di esistere la malattia stessa, e a questo risultato si è giunti in buona parte. Abbiamo imparato quindi che, a seconda del contesto, non solo culturale ma anche macro economico della società, le strategie non possono essere le stesse. In questi mesi si è imparato molto anche della malattia stessa, motivo per cui ora parliamo della fase 2, che consiste nell’allentamento della mitigazione, nella speranza che l’impatto sul sistema sanitario – che nel frattempo ha saputo adeguarsi e a resistere a una sollecitazione più forte – possa essere controllato mescolando anche delle misure di contenimento. 

Con la pandemia di Covid-19, l'attenzione per altre malattie è diminuita, come la demenza, che è uno dei suoi principali interessi scientifici. Quali sono i suoi progetti futuri in questo campo di studio?

Ciò di cui mi sono sempre occupato è legato al fenomeno dell’invecchiamento, e in particolare all’invecchiamento cognitivo che, in ambito clinico è denominato demenza senile, una patologia a cui afferisce la malattia d’Alzheimer. Nei miei studi cerco di capire quante persone hanno l’Alzheimer, una malattia incurabile che quindi non può essere oggetto di misure di prevenzione. È una malattia che ha un decorso inesorabile e progressivo, e soprattutto ha un impatto enorme sulla persona non solo che ne soffre, ma anche su chi le sta intorno. Il fatto che l’Alzheimer sia legato in maniera forte all’età e all’invecchiamento significa in termini numerici che più si invecchia, più aumenta la probabilità di ammalarsi – non sappiamo ancora perché succede così. Questo vuole dire che un grande successo della società e della salute pubblica, ovvero l’aumentata aspettativa di vita, porta con sé questa conseguenza, cioè che molti di noi sono esposti a questa malattia. A oggi, almeno una persona su tre sopra gli ottant’anni è afflitto da demenza senile. L’epidemiologia si occupa di misurare l’impatto delle malattie e questa è una malattia che ha un impatto anche in termini economici con costi diretti e indiretti importanti. Le misure prese per contrastare la pandemia di coronavirus, specie quelle di isolamento sociale, sono una condizione non solo per le persone già ammalate di Alzheimer, ma anche quelle a rischio di esserlo… quindi, non vogliamo smettere di occuparci di invecchiamento, di demenza o in generale di salute mentale nelle persone anziane, ma di combinare quello che sta accadendo nella popolazione anziana, che è enormemente colpita dalla pandemia covid-19, nell’interfaccia, in questo gioco di relazioni con la demenza e la salute mentale nella terza età – che rimangono dei grandi problemi, e ci può essere un effetto particolarmente esplosivo nell’interazione fra queste due cose.

[La versione orginale di questa intervista, pubblicato in lingua inglese sulla rivista Ticino Welcome (n°66, giugno-agosto 2020, pp. 10-14), è disponibile in allegato.]

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