Sostenibilità e sicurezza

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Servizio comunicazione istituzionale

20 Luglio 2022

Il tema dell’approvvigionamento energetico è verosimilmente quello più «caldo» del momento in tutta Europa. La paventata crisi energetica è l’occasione, si dice, per accelerare la transizione verso le rinnovabili che, tuttavia, non può avvenire in tempi brevi. Anzi, sembra dilatarsi di molto a causa prima della pandemia poi del conflitto in Ucraina. Nel Vecchio Continente si parla infatti di un temporaneo ritorno al carbone e al nucleare, e più in generale di una combinazione di fonti di approvvigionamento invece di puntare unicamente alle rinnovabili per affrontare l’imminente contingenza dell’autunno-inverno, quando potremmo trovarci al freddo e senza luce – ma anche senza lavoro, causa il possibile stop di molte attività produttive energivore. Nelle scorse settimane si è tenuto a Milano un convegno dedicato a servizi pubblici e transizione ecologica, cui hanno partecipato diversi attori chiave del settore energetico e della distribuzione, fra cui Enel e Snam, e la cui tavola rotonda è stata moderata dalla prof.ssa Barbara Antonioli Mantegazzini, vicedirettrice dell’Istituto di ricerche economiche dell’USI e studiosa di mercati energetici. Vi proponiamo l’intervista apparsa sul Corriere del Ticino dello scorso 15 luglio 2022.

Professoressa è concreto il rischio di blackout in Svizzera (e in Europa) e quanto ci costerebbe?

Stiamo attraversando un periodo caratterizzato da una significativa volatilità sia di prezzi sia di flussi energetici. Per quanto riguarda il gas, la Svizzera dipende chiaramente da forniture estere, non avendo il nostro Paese né produzione nazionale né impianti di stoccaggio. Quasi la metà delle importazioni arriva indirettamente dalla Russia, parte tramite pipeline ubicate sul territorio ucraino. Per l’elettricità, pur avendo una consistente produzione indigena, la situazione presenta comunque dei margini di incertezza. Nel 2021 il 62% della produzione nazionale derivava da centrali idroelettriche, attualmente interessate dalla perdurante siccità. Anche la quota delle importazioni da Paesi limitrofi presenta delle evidenti criticità. Si pensi alla Francia, uno dei nostri partner nel commercio elettrico, dove quasi la metà dei reattori è spenta per manutenzione programmata e problematiche tecniche. Ne consegue che la produzione nucleare è scesa ai livelli minimi dal 1998. Tornando alla Svizzera, già nel 2020 lo studio condotto dall’Ufficio federale della protezione della popolazione aveva provveduto a correggere al rialzo rispetto al 2015 il rischio di penuria di elettricità, definita come possibile riduzione dell’approvvigionamento elettrico per diversi mesi (soprattutto invernali). La motivazione prevalente era il cambiamento climatico. Se si verificasse, il controvalore economico di simili accadimenti sarebbe importante, soprattutto per le perdite economiche e le ricadute sulla collettività. Sia chiaro: sono rischi che riguardano non solo la Svizzera ma l’Europa nel suo complesso. Lo dico per sottolineare la già anticipata forte turbolenza del mercato energetico. Il Blackout simulator dell’Energie Institute dell’Università di Linz permette di stimare il costo di una potenziale interruzione di elettricità in Europa a livello regionale. Facendo questo esercizio per Germania, Francia e Italia e ipotizzando un blackout di un’ora alle otto di sera i corrispondenti costi per il sistema e la società si attesterebbero intorno ai 7 euro al kWh, quindi 7.000 euro/MWh. Se consideriamo che per la stessa fascia oraria il prezzo spot dell’elettricità è di poco superiore ai 400 euro/MWh, si comprende l’ampiezza della questione.

Il ritorno al carbone e al nucleare sarà davvero solo transitorio oppure siamo di fronte a una rotta più consistente?  

Il Nobel per l’economia George Stigler una volta disse che “un periodo transitorio è un periodo tra due periodi transitori”. L’impressione è un po’ quella, che il transitorio si sia esteso ulteriormente per esigenze contingenti, considerando ad esempio la messa in campo di misure anche (ambientalmente) impopolari come il ritorno al carbone. Secondo i dati Eurostat, nel 2021 i combustibili fossili sono tornati a essere la principale fonte di produzione elettrica, invertendo la tendenza rispetto al 2020, complice anche la ripresa economica. Il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionaledell’energia (IEA) ha recentemente affermato che il mondo avrà bisogno ancora per molto di greggio e gas, meglio procurarseli da partner affidabili che stanno operando nella direzione della riduzione della CO2 nei loro processi produttivi (come, ad esempio, il Canada). Non credo comunque che questo rappresenti un’inversione di rotta duratura, un ripensamento. La via della decarbonizzazione è ormai definitivamente tracciata, come testimoniano il volume di investimenti messo a disposizione dall’Europa per il Green Deal (1.000 miliardi di euro su 10 anni) e le strategie perseguite dalle aziende, sempre più orientate in questa direzione. Anche quello che a molti è sembrato un passo indietro dell’Europa nell’individuazione delle tecnologie considerate sostenibili - inclusione del gas e del nucleare nella Tassonomia energetica - va ridimensionato. Gli impianti a gas, ad esempio, dovranno avere una serie di specifiche tecniche in grado di ridurre sensibilmente la CO2 prodotta. L’impressione è che si sia ampliata la visione della strategia energetica contemplando un energy mix produttivo più ampio.

Come possiamo fare per accelerare la transizione energetica senza compromettere la sicurezza dell’approvvigionamento? In altre parole, dobbiamo privilegiare la sicurezza o la sostenibilità, intesa come quella economica?

Mentre la sostenibilità è da diverso tempo il tema chiave delle agende dei policy makers, la sicurezza energetica è un elemento fondamentale per società e sistema industriale di cui ci siamo forse troppo a lungo     dimenticati. Si è privilegiato l’approvvigionamento a costi contenuti, assicurato dalla prossimità geografica di partner commerciali di cui ci si fidava, anche per buon vicinato, finendo col divenire parzialmente miopi nella delineazione delle strategie nazionali. Questo è particolarmente vero per l’Europa, basti pensare alla Germania e all’Italia. Questa miopia ha finito col presentare il conto. Sicurezza e sostenibilità devono tornare a viaggiare in parallelo. Il punto chiave del futuro che ci attende sarà interrogarsi su come accelerare decarbonizzazione e transizione energetica senza compromettere la messa in sicurezza e assicurando le forniture a prezzi sopportabili. Perché la sostenibilità non è solo ambientale ma anche economica. Bollette energetiche pesanti rappresentano un problema per i consumatori, soprattutto quelli economicamente fragili, così come per le imprese, la cui competitività rischia di essere compromessa.

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