Un dialogo aperto sul digitale

Servizio comunicazione istituzionale

23 Aprile 2018

Quali sono oggi e come evolveranno nel prossimo futuro gli effetti della digitalizzazione sulla formazione, l’apprendimento e il mondo del lavoro? La parola alle due istituzioni universitarie della Svizzera italiana, USI e SUPSI, tra le protagoniste del convegno “#digitale21”.

Tutti la chiamano, tutti la cercano: la digitalizzazione si sta in effetti conquistando a pieno titolo il ruolo di ‘factotum’ delle nostre realtà sempre più pervase dalla tecnologia, modificando prodotti, servizi e processi, sconvolgendo interi settori, facendo emergere nuove figure professionali e mandandone in pensione molte altre. Considerata la complessità del processo in corso, difficile è però circoscriverne l’impatto attuale e, ancor di più, anticiparne le conseguenze a lungo termine. Pianificare sin d’ora le migliori strategie per sfruttare le opportunità che si offriranno e contenere le ripercussioni negative è un imperativo per un Paese come la Svizzera alla quale, non disponendo di particolari risorse naturali, è indispensabile coniugare con lungimiranza lo straordinario know-how maturato nei diversi campi disciplinari di cui è leader, con la capacità di innovazione che ne costituisce uno degli innegabili punti di forza. In quest’ottica, la Confederazione ha già elaborato un piano d’azione per il settore dell’economia, della formazione e della ricerca, individuando specifici ambiti di intervento. Fra questi, l’istruzione costituisce uno strumento chiave per assistere il mondo professionale nella transizione e preparare i giovani alle sfide del futuro. Questa la tematica al centro del convegno “#digitale21”, organizzato dalle Accademie svizzere delle scienze tra l’11 e il 13 aprile scorso presso il campus SUPSI di Trevano. 

Ticino Management ha incontrato il Rettore dell’Università della Svizzera italiana (USI) Boas Erez e il direttore delegato per la ricerca e l’innovazione della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) Giambattista Ravano: entrambe partner dell’evento, le due istituzioni si muovono in prima linea nell’affrontare questa trasformazione epocale. Al di là della comune preoccupazione di accompagnare il cambiamento aggiornando le competenze trasmesse ai propri studenti, i corsi offerti, le modalità didattiche e le attività di ricerca, diversa è la prospettiva dalla quale atenei e scuole universitarie professionali guardano al fenomeno nel rispetto del proprio specifico mandato, i primi orientati allo sviluppo di nuove conoscenze, le seconde invece fortemente ancorate alla dimensione pratica e al mercato del lavoro. Algebrista di formazione ma aperto alla visione umanistica di chi è chiamato a dirigere un ateneo con le tante facoltà, che spaziano dalle scienze economiche a quelle biomediche, il Rettore dell’USI Boas Erez inquadra subito la digitalizzazione in una prospettiva più ampia: «Il mio punto di vista di matematico mi consente di relativizzare la novità del progresso tecnologico: la digitalizzazione fonda in buona parte le sue basi su acquisizioni teoriche del secolo scorso e non solo sulle ultime innovazioni dell’informatica. D’altra parte come universitario, la cui vita è oggi fatta di studio, conferenze e letture - e insegnamento prima di questo incarico - sono arrivato a ritenere che più dei progressi in singoli settori, quello che veramente conta per la nostra società sia, detto con semplicità, riuscire a vivere bene insieme. Le nuove conoscenze acquisite dovrebbero permetterci di risolvere più problemi di quanti non ne creino. Ridimensionerei l’importanza della digitalizzazione: certo, bisogna tenerne conto, ma molto più rivoluzionaria dello sviluppo tecnologico in sé mi sembra la sfida dell’interconnessione globale». 

Innegabilmente ci sono campi oggi più toccati dalla trasformazione digitale: in primis, commercio, formazione e ricerca scientifica con i totali cambiamenti di paradigma delle “disruptive innovation”, «invece sul piano puramente industriale della produzione, nonostante sia proprio in questo ambito che si è cominciato a parlare di “4.0”, le imprese si stanno trasformando in maniera molto più graduale, incrementando passo per passo soluzioni di digitalizzazione relative per ora ad alcune fasi della loro attività», osserva Giambattista Ravano. E mentre di fronte all’automazione e alla discesa in campo di robotica e intelligenza artificiale si diffonde l’apprensione per la sorte di molte professioni, il direttore delegato per la ricerca e l’innovazione SUPSI ci avverte che è essenziale rendersi conto del bivio al quale è ormai giunto lo sviluppo della digitalizzazione: «Da un lato abbiamo la possibilità di sostituire completamente gli algoritmi al libero arbitrio: uno degli esempi più immediati è quello della guida autonoma dei veicoli, ma già si stanno sperimentando applicazioni molto più avanzate, ad esempio nel settore militare, dal quale provengono molte innovazioni poi trasferite in altri campi, si testano caschi con sensori in grado di influenzare l’emotività dei soldati stimolandone determinati neuroni. L’altra direzione è invece quella di preservare la capacità decisionale dell’uomo, impiegando le nuove possibilità per incrementare le conoscenze, le facoltà analitiche e gli strumenti di valutazione a nostra disposizione». 

All’immagine del bivio, il Rettore dell’USI preferisce il concetto di progresso incrementale: «Nulla mi sembra ineluttabile, possiamo sempre intervenire e orientare gli eventi, perché ogni passo è conseguenza di una sequenza di decisioni prese in precedenza. Incentrare il discorso sui posti di lavoro che andranno persi crea solo paura che, si sa, è cattiva consigliera». Si tratta piuttosto, caso per caso, di stabilire cosa comportino le opportunità che la tecnologia ci offre: «Ad esempio, quando si propone il sistema di voto elettronico, poiché nessun informatico può escludere il rischio che venga manipolato, dovremmo chiederci se per usufruire dei vantaggi del digitale siamo disposti ad accettare che la democrazia sia messa in pericolo. O ancora, la digitalizzazione potrebbe consentirci di andare verso la medicina personalizzata preconizzata da Ippocrate, che in effetti permetterebbe di evitare abusi nelle prescrizioni di farmaci o di individuare le terapie più adatte per coorti di pazienti anche molto piccole. Tuttavia vi è rischio di esacerbare il controllo della privacy...», problematizza Boas Erez. 

Ma, tornando alla stretta attualità, quale clima si respira nel nostro Cantone? Una realtà come la SUPSI, grazie all’intensa collaborazione con circa 500 aziende del territorio, fornisce un osservatorio privilegiato, permettendo di monitorare come il tessuto imprenditoriale stia reagendo alle pressioni: «In generale, riscontriamo una ‘sana’ attenzione critica al fenomeno. Rileviamo una certa preoccupazione, non prevalente ma comprensibile, da parte delle imprese più piccole, confrontate alla necessità di investire per cambiare modello di business, di aggiornare i processi e le competenze dei propri collaboratori», nota Ravano, «posso quindi dire che il Ticino non è indietro rispetto al resto della Svizzera». 

Lo scenario in forte evoluzione ha spinto la SUPSI a potenziare ulteriormente il suo tradizionale ruolo di interfaccia tra l’universo professionale - qualunque sia l’attività economica o produttiva in questione, compresi in senso lato i servizi ai cittadini - e le nuove idee da implementare. «Su questo fronte, grazie al nostro approccio pragmatico, siamo sul campo: tutti i nostri istituti di ricerca stanno riflettendo su come modificare i propri indirizzi per rispondere alle necessità sollevate dalla trasformazione digitale. Il nostro delicato compito è anche quello di capire cosa sia il momento di sviluppare e cosa debba ancora attendere, trovando l’equilibrio che ci consenta di essere propositivi senza imporre alle imprese che si rivolgono a noi decisioni strategiche che spettano loro», nota il direttore delegato per la ricerca e l’innovazione SUPSI; «abbiamo invece ancora molta strada da fare nella rapidità con cui riusciamo ad adattare le nostre proposte formative a cambiamenti che non si succedono più a ritmi di generazioni ma ogni biennio». Un progetto come DigiLaF, lanciato di recente, conferma il rinnovato sforzo della SUPSI in questa direzione, prefiggendosi di definire un modello per il monitoraggio e l’analisi degli effetti della digitalizzazione sul lavoro, i processi, le competenze e, di riflesso, sulla formazione in tre settori molto sollecitati quali l’industria, la sanità e le costruzioni. «Siccome attraversiamo una fase in cui le varie professioni si stanno ridefinendo ed è ancora incerto quali competenze saranno necessarie in futuro e quali strumenti avremo a disposizione, il dialogo tra il mondo del lavoro e quello della formazione deve essere ancora più stretto e coinvolgere l’intero sistema educativo per insegnare a servirsi criticamente dei nuovi mezzi e capire quale valore aggiunto possiamo portare noi rispetto al mondo digitale», osserva Giambattista Ravano. 

Dal canto suo, piccola, agile e ancora giovane, l’Università della Svizzera italiana dispone della flessibilità e della qualità per intercettare i settori di recente sviluppo arricchendo i suoi corsi di laurea: lo ha fatto all’inizio di questo anno accademico, in particolare con il Master in Software & Data Engineering e, prima assoluta in Svizzera, il Master in Financial Technology and Computing e quello in Intelligenza artificiale, creati grazie alla collaborazione tra istituti e professori di eccellenza facenti capo all’ateneo. «Inoltre anche la nostra Facoltà di Scienze della comunicazione, fondata più di vent’anni fa, quando nasceva anche il web, vuole rispondere alla sfida dell’interconnessione globale, interessandosi al cambiamento sociale e, in special modo, a tutti gli aspetti legati all’evoluzione dei media e del marketing», sottolinea Boas Erez. «Poiché nessun mestiere sarà più acquisito ‘a vita’ e per tutti sarà necessario continuare ad aggiornarsi e riqualificarsi, più che su un insegnamento nozionistico dovremo concentrarci sulla ‘disciplina’ nel senso di imparare a fare le cose in un certo modo, ad esempio a lavorare in autonomia, come si richiede a chi consegue un Master», prosegue il Rettore. 

L’USI si sta inoltre attrezzando per introdurre un corso trasversale alle diverse facoltà, allo scopo di sensibilizzare tutti i suoi studenti alla problematica del pensare algoritmico, affinché capiscano il diverso valore nel modo di procedere di una macchina, alla quale è richiesto a partire da un ammasso di dati non strutturati di estrarre delle informazioni o delle correlazioni, rispetto a un professionista che basa le sue conclusioni su una teoria fisica o un modello economico. A livello didattico, è attiva la piattaforma in rete eLab, che si propone di agevolare la comunicazione fra docenti e allievi tramite l’integrazione delle tecnologie digitali, ad esempio permettendo di condividere la documentazione dei singoli corsi. «Abbiamo anche creato qualche Mooc, i corsi online aperti su larga scala, ma solo in ambiti molto particolari, mentre quello che potrebbe essere sviluppato più sistematicamente sono le cosiddette “flipped classroom”, una modalità didattica che capovolge l’apprendimento, demandando allo studio individuale, supportato dalle tecnologie, l’acquisizione delle conoscenze base, per valorizzare poi il successivo incontro personale fra docente e allievi, attribuendo una dimensione centrale al dialogo. Questo in linea con il fatto che la nostra università privilegia lo scambio diretto, preferendo una vita di campus all’insegnamento a distanza, nella convinzione che uno degli aspetti più apprezzati da chi frequenta il nostro ateneo sia l’occasione di incontrare professori in grado di trasmettere la propria passione per il loro campo di indagine», conclude il Rettore Boas Erez. 

Occorrerà quindi che le interazioni tra imprese, atenei e scuole universitarie professionali si intensifichino perché, come osserva Giambattista Ravano «se prima non dialogare sufficientemente fra noi era un peccato veniale, di fronte ai cambiamenti attuali diventa un peccato capitale»: una premessa irrinunciabile per cogliere le opportunità che il progresso scientifico e tecnologico potrà offrire, integrandole nell’economia e nella società di oggi.

 

(Articolo e interviste di Susanna Cattaneo, per gentile concessione di Ticino Management. La pubblicazione originale sul numero di aprile 2018, pp. 68-71)

 

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