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Miti nella televisione, miti sulla televisione - Aspettando la conferenza "Rethinking Digital Myths"

Monoscopio TV
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Servizio comunicazione istituzionale

In preparazione alla due giorni di conferenze sul tema “Rethinking digital myths. Mediation, narratives and mythopoiesis in the digital age” organizzata all’Università della Svizzera italiana il 30-31 gennaio 2020, proponiamo una serie di approfondimenti su alcuni miti dell’era digitale grazie alle proposte di docenti e ricercatori della Facoltà di scienze della comunicazione dell'USI e di docenti e ricercatori ospiti. Dopo il primo intervento sulla caduta del mito del cyberspazio (Paolo Bory, Philip Di Salvo) e il secondo sul mito dei supporti analogici (Simone Dotto, Simone Natale), proponiamo ora quello a firma di Luca Barra, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, e Giuliana C. Galvagno, Università degli Studi di Torino.

 

Cosa resta della televisione nello scenario digitale? In maniera forse controintuitiva, una volta liberata dalle catene del televisore (l’apparecchio, comunque presente quasi in ogni casa), la televisione (intesa come forma narrativa, produttiva, distributiva) non è mai stata così presente. Sia negli immaginari, dove contribuisce a dare forma ai miti di oggi, a leggere un contemporaneo digitale. Sia nei discorsi, dove mette in discussione con la sua stabile popolarità molte retoriche della svolta digitale.

Dal punto di vista narrativo, la serialità contemporanea concede molto spazio alla rappresentazione delle tecnologie digitali, non sempre con risultati apprezzabili. Un approccio molto diffuso è quello che rimanda al mito del superdatabase, di computer velocissimi ed efficienti che spesso sono alla base della risoluzione dei casi in molti procedural (CSI, NCIS, Criminal Minds, …), in cui gli algoritmi di ricerca permettono di stabilire connessioni immediate tra delitti e colpevoli. Più interessante è il punto di vista dei prodotti televisivi che si occupano più specificatamente della rivoluzione tecnologica e delle sue conseguenze. La dimensione mitica della rivoluzione digitale degli anni Ottanta è lo scenario per la serie di culto Halt and Catch Fire (AMC 2014-2017). La serie ricostruisce l’evoluzione di una compagnia hi-tech dapprima attorno allo sviluppo di un personal computer, in seguito alla creazione di una community di gaming online per poi finire nella competizione tra i motori di ricerca. La serie è ambientata a Dallas, nella Silicon Prairie che non ha ricevuto la stessa attenzione mediale della Silicon Valley, ma altrettanto importante nella creazione della mitologia dell’innovazione digitale. Attraverso la ricostruzione minuziosa del periodo, Halt and Catch Fire (il mitico comando che porrebbe fine alla CPU del computer) offre una prospettiva inedita sulla rivoluzione digitale sottolineando il ruolo degi outsider e quello spesso dimenticato delle donne.

In quegli stessi anni di costruzione dei miti digitali è ambientato il controverso esperimento televisivo Bandersnatch, film interattivo appartenente al franchise di Black Mirror (Channel 4 – Netflix). Black Mirror è la serie episodica che negli anni ha offerto punti di riflessione su un futuro distopico a cui siamo destinati grazie alle (o per colpa delle) tecnologie digitali. Se nelle stagioni precedenti la serie ha presentato spesso nella chiave del grottesco e dello humor nero molti miti digitali (l’intelligenza artificiale, i social network, la sorveglianza, la realtà aumentata), in Bandersnatch si affronta il mito televisivo del superamento del palinsesto e della personalizzazione del consumo: il controllo passa apparentemente nelle mani dello spettatore, che col telecomando ha la facoltà non solo di scegliere cosa e quando guardare ma anche di determinare lo sviluppo e la fine della narrazione. Un sollievo per molti, il futuro della televisione è ancora molto lontano dalla interattività di Bandersnatch, che rappresenta tuttavia un gioco interessante e che, come spesso accade nelle tematiche affrontate da Black Mirror, ci spinge a chiederci se questo controllo è veramente quello che desideriamo.

Sul versante dei discorsi, proprio l’interattività o la personalizzazione e frammentazione dei consumi sono al centro di un ormai pluridecennale dibattito sul superamento digitale della televisione, troppo banale e spesso stupida rispetto alle potenzialità (vere e presunte) dei “nuovi media”. Secondo questa chiave di lettura, gli spettatori stanno cercando in ogni modo di liberarsi dalle catene del broadcasting, alla ricerca di contenuti da fruire come, quando e dove si vuole. Non aspettano i tempi del palinsesto, ma vogliono vedere tutto e subito. Delle narrazioni seriali fanno abbuffate tramite maratone e altre forme di binge watching. Gli investitori pubblicitari cercano consumi sempre più profilati, come quelli online. E i modelli insieme economici e creativi di produzione, di distribuzione e di consumo sono rivoluzionati dal digitale. Eppure, a uno sguardo più attento, anche questi si rivelano soprattutto come miti: letture che registrano fenomeni reali ma li ampliano e trasfigurano, seguendo da una parte le necessità promozionali dei nuovi player (a partire da Netflix, che della disruption si è fatta convinta portatrice) e contribuendo dall’altra alla chiacchiera facile dei giornali e di parte dell’industria.

Come spesso accade, lo scenario dei media digitali è ben più complesso. Certo si ridefinisce, ma più che di opposizione ha senso parlare di complementarietà: la televisione classica paradossalmente rafforza il suo valore di evento condiviso, di sincronizzazione sociale, di generatore di immaginari rivolti a tutti, di collettore di una massa di spettatori; e intanto la moltiplicazione dei canali e delle piattaforme moltiplica i contenuti televisivi e i percorsi di accesso possibili a essi. Oltre la retorica, nella televisione di oggi ci sono molto più spazio e tante più occasioni. Anche per inquadrare il cambiamento. E per modellare – nella serialità complessa e non solo – gli immaginari (i miti) sul digitale. La tv colpisce ancora.

 

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