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La tecnologia che "migliora la vita"

Bansky, Mobile Lovers - foto https://www.flickr.com/photos/dullhunk/; licenza CC BY 2.0
Bansky, Mobile Lovers - foto https://www.flickr.com/photos/dullhunk/; licenza CC BY 2.0

Servizio comunicazione istituzionale

In preparazione alla due giorni di conferenze sul tema “Rethinking digital myths. Mediation, narratives and mythopoiesis in the digital age” organizzata all’USI il 30 e 31 gennaio 2020, proponiamo una serie di approfondimenti su alcuni miti dell’era digitale grazie agli interventi di nostri docenti e ricercatori e di docenti e ricercatori ospiti. Dopo quello sulla caduta del mito del cyberspazio (Paolo Bory, Philip Di Salvo), quello sul mito dei supporti analogici (Simone Dotto, Simone Natale) e quello sui miti nella televisione e i miti sulla televisione (Luca Barra, Giuliana C. Galvagno), proponiamo ora l'ultimo contributo, a firma di Luca M. Visconti e Gabriele Balbi, professori alla Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'USI, che propongono una riflessione critica su una narrativa oggi popolare: la tecnologia digitale che "migliora la vita". 

 

Il digitale non è solo efficiente e democratico, ma anche taumaturgico: incentiva il movimento fisico, fa mangiare più sano, ricorda quando è ora di riposare o di curarsi, semplifica l’ascolto di musica e il nostro viaggiare, ottimizza e avvicina la pubblica amministrazione al cittadino-utente, fa inquinare meno riducendo gli spostamenti e quindi le emissioni di CO2.

Le imprese digitali che offrono app (e.g. Facebook Messanger, Tencent, Tinder, WeChat, WhatsApp), sistemi di e-marketplace (e.g. Airbnb, Amazon, e-Bay, Uber), siti web (e.g. Baidu, Google, Instagram, YouTube, Wikipedia), prodotti tecnologici e “intelligenti” (e.g. Apple, Huawei, Microsoft, Oppo, Samsung) spesso ricorrono a questa narrativa (e a molte altre) per facilitare la penetrazione della propria offerta presso clienti finali e business. Collettivamente – attraverso processi di auto-narrazione e di narrazione e istituzionalizzazione grazie anche ai media –, queste imprese hanno imposto il mito contemporaneo della life enhancing technology, la “tecnologia che migliora la vita” (si veda, per esempio, la lettera dei fondatori di Google in occasione dell’IPO del 2004). Grazie alla sua capacità di calcolo, informazione (la big data economy), capillarità (la società 24/7, always-on) e, sempre più, grazie alla sua “intelligenza”, la digitalizzazione costruisce attorno all’utente un sistema di prodotti e servizi che promettono di aumentarne le abilità, le potenzialità e la qualità di vita.

 

Eziologia del mito

Gli interessi economici e politici alla base di questo mito sono evidenti. Piuttosto, è interessante chiedersi come il mito della life-enhancing technology, teorizzata da Robert V. Kozinets già a fine anni 2000, si sia potuto alimentare nel milieu socio-culturale attuale. In primis, la nostra società, e i nostri mercati, sono ancora ampiamente condizionati dall’illuminismo e dal positivismo. Il dominio della ragione sulle emozioni, del presente (e ancor più del futuro) sul passato, della scienza sull’umanesimo si traduce in una visione lineare e migliorativa del tempo. Come a dire che la conoscenza si cumula con gli anni e che il progresso è inevitabile, inarrestabile e persino “naturale”. Nutrita da questo humus, la digitalizzazione è stata proposta come la “rivoluzione digitale”, dunque come una frattura con il passato – arcaico, faticoso, pericoloso e primitivo – che prelude a un futuro semplificato, sicuro, radioso. La “tecnologia che migliora la vita”, appunto. Un’ideologia salvifica per altro percorribile su scala globale e transculturale.

Persino la critica postmoderna, che si è sviluppata dagli anni ’80 e che si è attenuata nel corso del nuovo Millennio, ha finito con il rafforzare, paradossalmente, questa “tecno-utopia”. Alcuni dei discorsi postmoderni sono stati infatti usati a vantaggio dello scientismo. Per esempio, la celebrazione del potere individuale (la cosiddetta agency) diventa l’argomento principale a favore delle imprese digitali, che dipingono i propri prodotti e servizi come strumenti di empowerment personale. O ancora, la rivalutazione delle emozioni e del desiderio proposta dal postmodernismo, in opposizione al razionalismo e all’utilitarismo, contribuisce oggi a diffondere la digitalizzazione (il desiderio di essere connessi, condividere, emozionare ed emozionarsi grazie alla tecnologia e alla scienza!). Quello che alcuni ricercatori hanno chiamato i “network del desiderio” o che Mark Zuckerberg descrive come la missione di Facebook: “bringing the world closer together”.

 

I consumatori del mito

Proporre la digitalizzazione in chiave salvifica e come espressione di progresso non lascia molto spazio alle critiche. Quale consumatore vorrebbe descriversi come passatista e retrogrado? Confrontato con un digitale qualificato come intelligente (smart), quale consumatore accetterebbe di dirsi stupido? Come osserva Kozinets nel paper già citato, chiunque si opponga a questo mito diventa immediatamente marginale e persino oggetto di scherno, considerato come anacronistico, di idee ristrette, ignorante, persino immorale. Una sorta di Hamish, quacchero o hippy fuori tempo massimo. In questo modo, le imprese digitali raccolgono cori di consensi, tra i loro sostenitori, e riducono al silenzio le voci di dissenso.

Le implicazioni per i consumatori sono severe. Come Albert O. Hirschman ben osservava, in contesti organizzativi funzionali ogni membro dispone di tre opzioni: lealtà, che induce a restare nell’organizzazione che si apprezza; voce, per manifestare il proprio dissenso nella speranza di cambiare l’organizzazione; uscita, qualora il cambiamento non sia possibile. Chiunque dissenta con la life enhancing technology è oggi ridotto alla sola opzione di lealtà forzata. Come detto, manifestare il proprio dissenso espone a un rischio di ostracismo e marginalizzazione. E quando il digitale diventa il solo standard disponibile, anche l’opzione di uscita non è percorribile, preludendo a una prigionia di mercato (alla lettera, una condizione di lock in). 

Senza negare i meriti della digitalizzazione nel migliorare il benessere individuale e collettivo dei consumatori, ci limitiamo a sottolineare che la mitologia della life enhancing technology rischia di snaturare e ideologizzare il digitale, al solo vantaggio di interessi economici e politici.

 

 

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